Stigliano (MT) – di Giovanni Caserta – “Le piazze – scrive Colangelo a p. 69 – sono state, da sempre e quasi dappertutto, cuore pulsante della vita comunitaria e sono diventate poi scrigni di ricordi preziosi”. Esse, di fatto, hanno segnato il cammino delle città e dei borghi; anzi, allorquando, anche urbanisticamente, questi si sono modificati, le piazze si sono spostate per esserne sempre il cuore.

In quanto cuore di città e borghi, ne hanno raccolto tutti i palpiti. Scendere in una piazza, perciò, mettersi in un angolo e ascoltarla in silenzio, come fa Angelo, è come tenere il polso della comunità nel suo essere, nel suo essere stata e nel suo voler essere.

E’ vero, tuttavia, che ascoltare le piazze dei nostri paesi dell’interno, o dell’osso, significa, purtroppo, raccoglierne i fasti del passato, ma anche registrare un lento e quasi inesorabile declino. E’ come andare alla ricerca del tempo perduto, per poi fermarsi, su un ciglio di monte, a guardare l’infinito e indeterminato orizzonte. E Stigliano, anche topograficamente, si affaccia su un ampio vuoto, che, ad osservarlo, crea altro vuoto.

Capitale della montagna materana, intorno alla quale ruotarono paesi e comunità altrimenti senza riferimento, Stigliano ebbe agricoltura, pastorizia, artigianato, alberghi, ristoranti, cinema, ospedale, scuole materne, elementari e medie, inferiori e superiori, cultura…. Ed ebbe un pastificio orgoglio lucano. Oggi è il secondo paese d’Europa più a rischio di scomparsa per frana.

Sta di fatto che anche chi lo amò, sempre più spesso gli deve dire addio. Ed è un addio che vale come una espulsione, talché, se dal confino e dall’esilio, al cambio di regime, spesso, se non sempre, si è ritornati, l’addio di chi va via per bisogno è quasi sempre un addio senza ritorno. In comune con l’esilio e col confino rimangono solo la nostalgia, il rammarico, il dolore.

Le piazze raccontano
Le piazze raccontano

Significativamente, in Le piazze raccontano, non Angelo saluta le piazze; ma le piazze salutano Angelo, con un lamento che sembra, a volte, un amorevole rimprovero. Il fatto si è che, nel loro racconto crepuscolare al crepuscolo, le piazze sono tristi pur esse. Il dramma è collettivo. Per ognuno che parte, infatti, un nuovo angolo della piazza si svuota. Angelo non sa cosa rispondere alle piazze che gli parlano; sa che deve partire, senza colpa, ma con uguale dolore. Nella solitudine del crepuscolo può solo nutrirsi di ricordi, per fare uno scrigno cui attingere per il nuovo lungo inverno, quando, nella bruma della valle padana, il cuore gli ripeterà quel che gli hanno detto le piazze.

Ma un giorno, in forma liberatoria, Angelo quei ricordi portò sulla carta, oggettivandoli. Oggi, in piazza, pur nella dolcezza del dire, quei racconti si son fatti pietre, che suonano accusa e monito alla resipiscenza. Inducono al richiamo di quell’art. 3 della Costituzione, dove si legge che “è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

Si vuol dire che la partenza, se c’è e quando c’è, deve essere libera scelta. L’Italia è e deve essere una. Questo intende Angelo; questo, accorate, dicono le piazze.

Angelo Colangelo,Le piazze raccontano –Stigliano fra storia e memoria, erreciedizioni eANSPI-Stigliano, 2019

Angelo Vito Colangelo con Giovanni Caserta
Angelo Vito Colangelo con Giovanni Caserta