Con Rocco Brancati e Angelo Colangelo a Tricarico
Con Rocco Brancati e Angelo Colangelo a Tricarico

Parma – Può sembrare incredibile, ma è vero. In questi giorni ho avuto la possibilità di leggere un libro, che conoscevo da vent’anni, pur non avendolo mai letto. Lo conoscevo, perché, da me sollecitato, me lo aveva “raccontato” più volte l’autore nei nostri periodici incontri. La prima volta lo invitai a parlarmene, perché ero rimasto intrigato dal titolo, che mi sembrava avesse un sapore di maliziosa ambiguità. In seguito, sempre più incuriosito, reiterai la richiesta e potei godere di tanto in tanto di una stupenda anomala “lettura”, quale può essere la lettura immaginaria che avviene tramite la viva voce di chi il libro l’ha concepito e scritto.

Per una serie di circostanze fortuite, però, il tempo passava, ma il libro cartaceo non riuscivo a leggerlo realmente. Mi sfuggiva di continuo e per due decenni per me è rimasto, per così dire, un’opera baluginante. Il fatto è che era stato appena pubblicato, quando l’autore, il noto giornalista di Rai Basilicata Rocco Brancati, spontaneamente disse che con piacere me ne avrebbe donato una copia. Per banali disguidi, però, ciò non avveniva. Né io mi decisi a comprarlo, perché mi pareva di offendere l’amico, che con grande generosità aveva deciso di farmene omaggio. La curiosa vicenda diventò per entrambi un pretesto per scherzarci su ad ogni nostro incontro.

L’ultima volta, in cui mi sentii dire che finalmente era arrivato il momento che io incrociassi quel grande “cafone” di Parmenide, fu circa sei anni fa. Eravamo nella piazza di Tricarico in una fredda sera di dicembre. Dopo un lungo convegno a Palazzo Ducale m’intrattenni per un po’ insieme ad altri amici con Brancati, prima di salutarlo e di fargli gli auguri per le imminenti festività natalizie. Ci lasciammo con la promessa di rivederci di lì a breve ad Aliano, dove nel mese di febbraio era stato programmato un evento importante, cui non si poteva mancare.

Nessuno di noi poteva immaginare che il nostro ultimo incontro si stava consumando proprio quella sera nella fredda piazza del paese di Scotellaro. Io non potei andare ad Aliano, come avevo promesso. Subito dopo un male spietato tese un perfido agguato a Rocco, che ci lasciò il 18 aprile 2018. A soli sessantotto anni. Di lui orfano, la cultura lucana molto si è impoverita.

Recentemente è per caso riemersa l’incredibile vicenda del “libro fantasma”, che per vent’anni appariva e scompariva a intermittenza. È capitato di parlarne durante una delle tante conversazioni telefoniche con Luciana, la cara compagna di Rocco, che non ha esitato a inviarmelo. Così il libro “Quel cafone di Parmenide” è arrivato finalmente a destinazione e ha fatto ingresso nella mia biblioteca. È superfluo dire che ho iniziato a leggerlo subito, l’ho divorato in pochi giorni e, leggendolo, ho dovuto opporre resistenza per non farmi travolgere da un cumulo di ricordi e di emozioni.

È davvero una gran bel libro e il fatto che sia di difficile catalogazione riguardo al genere lo rende ancora più intrigante. Si tratta, in effetti, di una ben riuscita contaminazione di racconto, saggio, reportage di viaggio, da cui tralucono la solida cultura storica e filosofica dell’autore e la sua notevole capacità di raccontare con una scrittura sorvegliata ed essenziale, che mira a mettere in evidenza persone e fatti senza inutili orpelli. La narrazione, poi, è resa briosa e vivace dalla felice intuizione di inventare meravigliosi dialoghi apocrifi tra i protagonisti del libro: Friedrich George Friedmann, Rocco Scotellaro, Ernesto de Martino, Leonardo Sinisgalli, Rocco Mazzarone, i contadini.

Sì, anche i cafoni, perché il libro di Brancati ruota proprio intorno al loro mondo, di cui si colgono e si rappresentano i tratti significativi, quali sono emersi anche dalle varie inchieste che si sono succedute nel tempo, a partire dalla famosa relazione Gaudioso del 1736. Ma l’attenzione dell’autore si rivolge soprattutto alle ricerche sul campo, realizzate negli anni Cinquanta del secolo scorso dagli etnologi, antropologi, sociologi e fotografi italiani e stranieri, che decisero di incamminarsi sulla strada aperta dal “Cristo” di Carlo Levi.

In alcuni passaggi, poi, si spiegano con acutezza i sotterranei ma innegabili rapporti fra la cultura contadina, lucana ma non solo, e il pensiero filosofico fiorito nelle colonie della Magna Grecia, a Metaponto e ad Elea, grazie a Pitagora, Parmenide, Zenone, Senofane di Colofone. In tale ottica sono indagati e acquistano nuova luce alcuni fenomeni come la miseria, la superstizione, la magia e la religiosità popolare, che per molti secoli hanno impregnato la vita contadina e scandito la storia del Mezzogiorno d’Italia.

Brancati Dedica
Brancati Dedica

Va detto, infine, che Brancati non si accontenta di dare vita a una mera ricostruzione storica, né tanto meno intende propone una rievocazione elegiaca della “civiltà contadina” lucana, ma molto opportunamente allunga lo sguardo verso la modernità, che si è andata costruendo sulle macerie del mondo tradizionale scomparso. E della modernità, che in maniera disordinata e non senza contraddizioni ha soppiantato la vecchia società contadina con la sua millenaria cultura, egli coglie con lucidità e non senza inquietudine i molti frutti avvelenati, che l’avvio della campagna di estrazioni petrolifere in Val d’Agri e a Tempa Rossa ha iniziato ad elargire copiosamente.

Scrive, ad esempio, in una pregnante nota, che assume anche il valore di un’amara profezia: «Perché fallì il sogno di Enrico Mattei? Fu la sua immatura scomparsa a determinare un abbandono progressivo dei programmi, o si trattò, ancora una volta, di “rapina” da parte di una classe imprenditoriale senza scrupoli giunta in Basilicata attratta dai facili guadagni e dalle sovvenzioni statali? A distanza di 40 anni l’uno dall’altro (1959 inizio dello sfruttamento del metano in val Basento – 1999 avvio dell’estrazione del petrolio in val d’Agri) si ripresenta il vecchio quesito. Quando tra vent’anni, nel 2022 si completerà il programma di sfruttamento del giacimento di petrolio, che cosa resterà in Val d’Agri, quale sarà il nostro futuro?».

Gli interrogativi allarmati del grande giornalista dopo vent’anni non hanno ancora ricevuto una credibile risposta. Si sono, anzi, infittiti e tormentano chi ha a cuore le sorti di una regione, che ha assistito negli anni al fallimento di ogni occasione di riscatto e ora è esposta più che mai a un futuro oscuro e senza prospettive.