Manifesto-DAndrea-Andrea

STUDIO DOCUMENTALE SU ANDREA D’ANDREA (Sindaco di Barile dal 21 ottobre 1946 al 27 giugno 1956) nel 50° della sua morte (del Dr. Antonio Cecere - Ricercatore e Operatore volontario del servizio civile Unpli Pro Loco Barile).

Barile (PZ) - Le notizie sottostanti sono state attinte dagli atti ufficiali del Comune di Barile, da quelli di altri Enti pubblici e privati, dagli Archivi Istituzionali, da carteggi e documenti forniti dai familiari e dalle testimonianze dei rimaneggiati anziani che lo conobbero e gli furono amici.

Dopo una preliminare ed attenta ricerca presso gli archivi del Comune di Barile inerente l’operato istituzionale di Andrea D’Andrea, Sindaco del centro vulturino dal 21 ottobre 1946 al 27 giugno 1956, è emersa una corposa ed articolata azione politica, programmatica e amministrativa che ha contraddistinto il decennale percorso del primo sindaco repubblicano barilese e della maggioranza che lo ha appoggiato e sostenuto. Ad essa è seguito un paziente ulteriore reperimento di atti e carteggi riguardanti la sua vita pubblica e familiare presso altri archivi istituzionali e privati, nonché attraverso l’acquisizione di prove documentali e testimoniali fornite dai figli e da alcuni anziani del paese.

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Ne è scaturito uno studio oggettivo ed attendibile nella scrupolosa presa visione e catalogazione dei numerosi provvedimenti adottati dalla Giunta e dal Consiglio Comunale dell’epoca, ma non per questo da ritenersi compiuto ed esaustivo ai fini di un resoconto dettagliato e minuzioso delle varie deliberazioni ordinarie e straordinarie, le cui particolari motivazioni e necessità sociali ed economiche potranno costituire l’oggetto di eventuali successive ricerche, analisi e approfondimenti di studiosi e appassionati della variegata ed inesauribile materia.
L’attenzione è stata inizialmente rivolta alla contestualizzazione storica della neonata repubblica italiana del dopoguerra e ai processi riformatori legislativi che caratterizzarono quel laborioso periodo, mediante i decreti luogotenenziali e le nuove normative disciplinanti l’amministrazione dei comuni italiani in generale e la specifica condizione etnografica e identitaria della cittadina Arbereshe in particolare, cui il D’Andrea evidenziò sempre con forza e determinazione l’importanza dell’innovazione strutturale ed infrastrutturale per la crescita graduale e significativa della sua comunità, senza mai rinnegare o abiurare, ma salvaguardando e tutelando radici, valori e idealità.

Nonostante le complesse problematiche di quegli anni gravosi ed incerti, poco o nulla agevolati da una legislazione nazionale spesso distante dalle peculiari e molteplici esigenze degli oltre seimila campanili italiani, i territori riuscirono comunque a rivestire un ruolo di stimolo e propulsione nell’affrontare e risolvere le difficoltà contingenti e, soprattutto, nella progettazione di un futuro migliore, grazie proprio alla forza di volontà e alla capacità programmatica e realizzativa dei loro rispettivi ed instancabili sindaci.
Fra i tanti paladini ed alfieri delle diverse realtà municipali della nostra zona, spicca indubbiamente Andrea D’Andrea, uno fra i più carismatici e rappresentativi protagonisti del suo tempo e questo primo excursus sul suo lungo mandato politico, istituzionale e amministrativo, libero da ogni schema precostituito o ideologizzato ma temporalmente e storiograficamente contestualizzato, tende a rendergli onori e meriti anche evidenziandone l’originalità dei percorsi progettuali ed attuativi, dapprima studiati ed ideati e successivamente tracciati e concretizzati.
Andrea D’Andrea nacque a Barile il 23 ottobre 1908 ed ivi decedette il 20 dicembre 1969. Figlio di Angelo Raffaele (Barile 19/1/1857 - 18/4/1934), proprietario terriero ed amministratore aggiunto della locale Banca Popolare Cooperativa e della nobildonna melfitana Maddalena Sibilla (Melfi 25/8/1870 – Barile 10/2/1942). Benché di origini borghesi (padre) e aristocratiche (madre), fin da ragazzo amò circondarsi di amici provenienti da tutti i ceti sociali, particolarmente di quelli più semplici e popolari. Ultimati gli studi medi e di avviamento del triennio superiore, si dedicò ben presto all’azienda agricola familiare di cui si occupava principalmente il celibe e amatissimo zio Camillo.

Dalle prime nozze con Angiolina Cittadini nacque Erminia, mentre dalla seconda moglie, Giuseppina Paternoster, ebbe Camillo, Angela ed Emilio. A seguito della dipartita del padre e dello zio, poiché i fratelli Emilio, Maria e Gemma si trasferirono rispettivamente a Milano, Bitonto e Trieste, dovette assumersi in prima persona il consolidamento e il miglioramento dei beni ereditati da entrambi, continuando ad assicurare lavoro, occupazione e reddito a un folto numero di mezzadri, braccianti e salariati fissi.
Il suo attaccamento ai valori della Patria e alla totale obbedienza alle leggi e ai dettami dello Stato, lo vide combattere col grado di Sergente sul fronte greco-albanese nel tragico secondo conflitto mondiale. Quella dura esperienza sul campo di battaglia lo forgiò ulteriormente agli inalienabili valori della vita, della famiglia, della pace e del cameratismo, sensibilizzando in lui l’interesse e la vicinanza verso le classi più deboli e bisognose.

Al rientro a casa, oltre ad incrementare la coltivazione delle terre e degli allevamenti zootecnici di proprietà con l’utilizzo di più adeguati mezzi d’avanguardia, in qualità di funzionario dell’U.P.S.E.A. (Ufficio Provinciale Statistico-Economico dell’Agricoltura), diresse con integrità e competenza il Comitato di Vigilanza anti Frode e Contrabbando, per lo più agevolando al meglio l’attività degli agricoltori e dei coltivatori diretti (Attestato rilasciato al riguardo dal Commissario Prefettizio Ferdinando Rendina il 17 dicembre 1943, dove si rileva, fra l’altro, che pur se iscritto al partito fascista dal 1926 al 1uglio 1943 – all’epoca lo erano il 95% degli italiani ed il 98% dei barilesi - giammai commise atti squadristici, violenti e brutali nei confronti di chicchessia).

A regime caduto scelse coerentemente di stare a destra, certo di poter dare il proprio contributo di idee e operatività per una nuova Italia da ricostruire dalle macerie della guerra in maniera socialmente più equa, democratica e plurale. Si professò, quindi, un convinto assertore della garanzia dei diritti fondamentali per ogni individuo, ma anche della inderogabile necessità di ciascuno di assumersi le responsabilità dei propri ruoli e funzioni, insieme alla condivisione di una serie di principi, regole e doveri da osservare, rispettare ed assolvere in piena coscienza e massima lealtà, facendo tesoro delle esperienze del passato, soprattutto di quelle negative e fallimentari.
D’Andrea fu sicuramente un acuto e talvolta critico testimone del suo tempo, spesso fiero protagonista di quelle difficili ma esaltanti stagioni post belliche, a volte anche lungimirante precursore degli scomodi movimenti sociali in embrione che negli anni a venire, dopo decenni di ghettizzazione ed ostracismo, avrebbero rivestito un ruolo di primo piano nella vita politica italiana. Infatti, benché legato ai valori tradizionali del patriottismo risorgimentale all’epoca in auge, non disdegnò comunque di andare spesso oltre il pensiero dominante, quello dettato dai vincitori o dai voltagabbana di turno, per scandagliare fra le righe delle eventuali verità nascoste e/o sottaciute le ragioni degli sconfitti e di quelli sistematicamente o pretestuosamente ritenuti deleteri, pericolosi e criminali (come i Borboni, i monarchi e i regnanti in genere o anche i briganti, i ribelli e i rivoluzionari tout court).
Senza mai smettere di dedicarsi alle sue consuete attività imprenditoriali, coltivò specialmente da giovane hobby e passioni sportive a livello non agonistico come la caccia, l’equitazione e il motociclismo. Non mancò di apprezzare la buona cucina casereccia, arricchita dai prodotti tipici della sua terra, fra cui il rinomato Aglianico del Vulture di produzione propria che amava condividere non solo con ospiti altolocati fra le autorità civili, ecclesiastiche e militari, ma anche con i tanti amici di sempre e le persone umili e semplici del vicinato e del popolo, spesso e volentieri ospiti al suo generoso desco.
Amava cibare anche la mente leggendo Dante, Manzoni, Dumas, D’Annunzio e libri di storia, filosofia e politica, insieme ai testi classici dei più eccelsi autori greci, latini e contemporanei che, oltre a consolidarne la formazione umanistica ed accrescerne le già spiccate doti di eloquenza e versatilità, gli giovarono non poco durante la sua carriera politica, incoronandolo quale uno dei più arguti ed ammirati oratori dell’epoca, non solo nell’ambito comunale ma dell’intera provincia di Potenza.

Ad essi alternava letture più leggere ed avvincenti come la collana dei Gialli Mondadori, Nero Wolfe di Rex Stout, il Commissario Maigret di Georges Simenon e la saga di Don Camillo di Giovannino Guareschi. A quest’ultimo era particolarmente affezionato perché quando da sindaco in carica ebbe più volte a denunciare pubblicamente l’esplicito ed indebito proselitismo partitico del parroco democristiano, anche nei luoghi di culto, in favore dello Scudo Crociato, molti amici ed avversari lo chiamarono simpaticamente il “Peppone di Barile”. In età più avanzata si divertiva molto anche sfogliando il mensile a fumetti Tex Willer, prelevato dalla vasta raccolta di giornaletti dell’ultimogenito Emilio.
Il crescente bisogno di aggiornarsi, conoscere e sapere, lo aveva indotto fin dalla maturità al puntuale ascolto dei radiogiornali e a leggere riviste specializzate, rotocalchi e periodici di cronaca, attualità, costume e sport, insieme alle immancabili testate di tiratura settimanale (Il Borghese e Il Candido) e quotidiana (Il Secolo d’Italia, Il Tempo, Il Mattino). Così, insieme alla mai sopita passione per la lettura, si sviluppò presto in lui anche quella per la scrittura, specialmente giornalistica, fino a farlo diventare per alcuni anni corrispondente locale del Mattino di Napoli e del Tempo di Roma.
Con l’avvento della Repubblica entrò subito nell’agone politico scegliendo di servire il popolo e la sua gente dalla parte più scomoda, controcorrente ed invisa ai fautori del nuovo corso politico e istituzionale: la destra sociale, democratica e costituzionale. Presentatosi alle elezioni comunali del 13 ottobre 1946 come capolista del sodalizio civico da lui fondato, nonostante le forti pressioni e promesse preelettorali interne ed esterne da parte dei suoi detrattori della lista comunista, grazie anche allo straordinario consenso che gli attribuirono le donne per la prima volta al voto, registrò un suffragio quasi plebiscitario che lo portò a ricoprire la carica di primo Sindaco di Barile dell’Italia Repubblicana. Mandato che gli fu ampiamente riconfermato nella seconda tornata elettorale del 25 maggio 1952 (in quella occasione si presentò col simbolo della lupa romana allattante Romolo e Remo, mentre fra gli avversari oltre alla precedente lista dei comunisti si aggiunse anche quella dei democristiani).

Le aspre e combattute campagne elettorali dell’epoca, segnate dalla serrata propaganda svolta quotidianamente porta a porta da ogni candidato, erano contraddistinte soprattutto dall’alternarsi di pubblici comizi dei leader delle forze in lizza. Le sue arringhe, solitamente pungenti e appassionate da infuocare puntualmente la piazza, erano sempre seguite a furor di popolo sia dalla folta schiera di sostenitori e simpatizzanti, sia dai suoi stessi contendenti e oppositori, che pur nel contrasto e nella diversità di idee ed opinioni non mancarono di riconoscergli doti e capacità politiche e umane non comuni.
Cessate le “ostilità” della quasi sempre accesa ed esasperata campagna elettorale, qualunque fosse stato il responso, era solito invitare sodali ed avversari, giammai da lui ritenuti servi sciocchi gli uni e viscerali nemici gli altri, a rispettare la suprema volontà popolare e a rimboccarsi tutti le maniche affinché ciascuno, interpretando al meglio il ruolo ricoperto, si impegnasse attivamente nel perseguire la concordia e la crescita della comunità barilese. Una bella ed esemplare “scuola” di democrazia a cui si aggiungeva la sincera e avvertita ricerca di un rapporto corretto e leale fra le parti, improntato sul reciproco rispetto e tenendo nel giusto conto sia il diritto/dovere di governare della maggioranza che la dignità e le prerogative dei consiglieri di minoranza.

Questa squisitezza di pensiero e comportamento gli derivava anche dalla profonda e nobile considerazione della Costituzione, delle Leggi e delle Istituzioni Repubblicane, mantenendo, pur nella diversità di vedute ed appartenenza partitica, ottimi e costruttivi rapporti, anche epistolari, con i principali rappresentanti dei vari organi ed enti dello Stato e con le più alte cariche di governo, fra cui il Senatore rionerese Raffaele Ciasca e l’astro nascente della Democrazia Cristiana dell’epoca, il lucano Emilio Colombo, più volte Onorevole, Sottosegretario, ministro della Repubblica e Presidente del Consiglio dei Ministri. Vantava, inoltre, personali amicizie con i più autorevoli esponenti del suo partito, fra cui in particolare Arturo Michelini e Giorgio Almirante, ma la costante e feconda attività di sindaco e amministratore, insieme alle sue singolari facoltà di uomo e imprenditore, gli valsero, comunque, la stima diffusa ed il generale apprezzamento anche da coloro che militavano e operavano dalla parte avversa.

Nonostante la scarsità di finanziamenti e le ristrettezze economiche del tempo, grazie alla sua risolutezza e dell’indispensabile contributo di assessori, consiglieri e impiegati, nonché del fattivo apporto delle forze sociali e produttive e sociali, riuscì a realizzare diverse opere di utilità pubblica, civile ed occupazionale. Prima fra tutte la strada extramurale che, oltre a dare lavoro stabile a numerosi giovani e padri di famiglia, liberò il centro urbano dal sempre più intasato e difficoltoso transito di mezzi pesanti.
Seguirono l’attrezzato mattatoio comunale, la costruzione dei locali, fino ad allora inesistenti, adibiti a liberi servizi igienici, l’ampliamento del cimitero comunale insieme a tutta una serie di piccole e grandi opere per la ricostruzione e la tutela del sistema viario, idrico-fognario, del decoro e del verde urbano. Se da una parte avviò la ristrutturazione delle casette asismiche del 1930, che concesse in proprietà ai nuclei occupanti in condizioni più comode e dignitose, dall’altra sollecitò gli organi competenti per l’urgente predisposizione di un piano espansivo dell’edilizia pubblica popolare onde soddisfare le impellenti e inderogabili esigenze delle famiglie indigenti e numerose.

Si prodigò, altresì, con successo per il potenziamento del già esistente Orfanatrofio Maschile dell’Opera per il Mezzogiorno, a cui fu annesso in quegli anni, con la posa della prima pietra, l’Asilo Infantile Comunale (oggi Auditorium Pier Paolo Pasolini), grazie alla proficua e diretta collaborazione con l’amico, grande benefattore e uomo di chiesa, Padre Giovanni Minozzi. Predispose anche la progettazione e il piano per l’ottenimento dei finanziamenti utili alla costruzione del nuovo edifico scolastico, praticamente realizzato dall’amministrazione immediatamente successiva. Sia come sindaco che come Presidente del Consorzio Campestre e Stradale (anche nell’elezione per tale carica riscosse un’inequivocabile valanga di voti), si attivò presso gli enti preposti per la sistemazione e l’ampliamento delle strade interpoderali comunali, nonché per fornire l’energia elettrica alle case coloniche e rurali disseminate sul territorio agricolo municipale.

Non trascurò il settore del commercio e dell’artigianato locale, sia recependo istanze, suggerimenti e consigli dei vari rappresentati di categoria, molti dei quali suoi stretti e preziosi collaboratori, sia allargando scambi, mercati ed orizzonti commerciali, istituendo fra l’altro la fiera paesana del 30 novembre, ancora oggi in corso. Promosse e incoraggiò l’associazionismo sportivo, culturale e ricreativo, attraverso la formazione di una squadra di calcio e di una ben organizzata società ciclistica che coinvolse entusiasticamente anche molti giovani atleti e corridori del circondario.

Infatti, benché fortemente legato al suo amato borgo natio, maturava sempre più convintamente in lui il bisogno di una proficua e concertata collaborazione sovracomunale per la crescita costante e complessiva del territorio del Vulture-Melfese, insieme all’indispensabile necessità di coinvolgimento e partecipazione di imprese e forze locali ad ogni livello, magari associate e consorziate fra loro onde conseguire una maggiore competitività sul mercato ed assicurare a soci e maestranze profitti e guadagni compatibili col miglioramento delle condizioni economiche e sociali di ognuno e di tutti.
Non a caso, insieme ad altri perspicaci e illuminati uomini del suo tempo, D’Andrea ispirò e favorì la nascita delle prime cooperative agricole ed olearie di Barile e, soprattutto, quale convinto assertore di una più capillare e mirata diffusione ed emancipazione civile e culturale della comunità, con altri quattro soci progettò e mise in funzione il primo grande contenitore di svago e divertimento popolare: il moderno e capiente Cinema Teatro Aurora, che oltre a raccogliere la soddisfazione e il compiacimento dei suoi concittadini, fu frequentato assiduamente anche da persone e famiglie provenienti dai paesi limitrofi.

Con apposite e formali deliberazioni il sindaco D’Andrea si schierò in prima battuta a favore di Melfi Provincia, appoggiò la costruzione delle Terme di Rapolla e contribuì economicamente alla realizzazione in Melfi del monumento in onore dello statista Francesco Saverio Nitti. Promosse anche l’istituzione di un nuovo ambulatorio medico, concesse gratuitamente del suolo pubblico alla Parrocchia di San Nicola Vescovo per la costruzione della casa canonica e, inoltre, eresse in loco la Residenza del Veterinario Condotto di cui al relativo Consorzio Barile/Rapolla (già nel luglio 1947 si era impegnato per la lotta al randagismo con la creazione dell’anagrafe canina e la relativa vaccinazione obbligatoria dei cani ivi registrati).

Dopo dieci anni di intenso e impegnativo mandato, lasciando i bilanci sempre in attivo, pur non sussistendo all’epoca impedimenti normativi per eventuali candidature consecutive, nelle elezioni del 27 giugno 1956 preferì fare spazio alle nuove leve del partito, ma la scelta, quantunque altruistica e generosa, non diede i frutti sperati perché, nonostante il suo pieno ed incondizionato appoggio, la lista da lui sostenuta perse le elezioni per una manciata di voti. Tornò a candidarsi nella competizione comunale del 6 novembre 1960 in cui, pur se sconfitto di misura dai nuovi amministratori, ormai ben radicati fra l’elettorato locale, accettò a testa alta il ruolo di consigliere di minoranza.
Svolse il suo compito di capo dell’opposizione con assiduità, costanza e spirito di servizio, non facendo venir meno sia il puntuale e meticoloso mandato ispettivo e di controllo che quello responsabile e costruttivo della proposta e della collaborazione per tutto ciò che riguardasse l’interesse generale e la crescita del bene comune.

La sua consolidata competenza in materia amministrativa gli consentì nel giugno 1962 di riscontrare alcune gravi irregolarità procedurali e contabili da parte del sindaco e della giunta in carica, tempestivamente e circostanziatamente segnalate al Prefetto di Potenza. Il 7 settembre successivo ne seguì l’inevitabile nomina del Commissario Prefettizio nella persona del Dr. Vittorio Morese, ma la soddisfazione della minoranza durò appena quaranta giorni, poiché il 19 ottobre dello stesso anno, il primo cittadino da poco destituito fu pienamente reintegrato nelle sue funzioni. Deluso e amareggiato dall’arroganza del potere, a fine consiliatura D’Andrea si convinse di lasciare definitivamente sia la politica che ogni altra attività istituzionale e partitica.

Ciò non gli impedì di continuare a confrontarsi sulle varie problematiche sociali e tematiche politiche con tutti, specialmente con i giovani verso i quali, oltre a cordialità e simpatia, nutrì sempre grande attenzione ed interesse. Senza nulla togliere agli anziani, eternamente meritevoli del massimo riguardo, rispetto ed affetto in quanto virtuosi e saggi custodi di storia, tradizioni e inalienabili valori come fede, famiglia e solidarietà, considerava le nuove generazioni i veri, importanti ed insostituibili volani di idee, prospettive e proposte innovative, pur se talvolta confuse, contraddittorie e dirompenti.
Infatti, nonostante la sua formazione fosse stata inevitabilmente influenzata dal contesto storico in cui visse (fascismo, società patriarcale e gerarchica, senso del dovere, rispetto della bandiera, delle autorità costituite, ecc.), fu sempre piuttosto riluttante ai diktat e alle imposizioni del potere e del politicamente corretto. Quindi, pur se fondamentalmente contrario allo stravolgimento brusco e fine a se stesso di ogni apparato, sistema e istituzione, il più delle volte causa di una sciagurata ed irreversibile tabula rasa, comprese che non si poteva e non si doveva prescindere pregiudizialmente dalle sollecitazioni e dai fermenti giovanili ispirati al progresso, all’emancipazione e al modernismo. Movimenti studenteschi e operai che non di rado, strumentalizzati dalle frange più estreme e radicali, tendevano a spazzare via in maniera distruttiva e violenta il pur anacronistico, infruttuoso e stagnante status quo.

A metà anni sessanta aveva percepito i forti cambiamenti in atto, il vento di contestazione era nell’aria e a confermarglielo inesorabilmente, oltre le notizie quotidiane di TV, giornali e riviste, anche i frequenti e franchi scambi di opinioni e vedute che teneva con i giovani intellettuali emergenti di allora, quasi tutti iscritti al neonato circolo culturale “Rocco Scotellaro” e, benché molti di loro figli di ex fascisti, di notabili democristiani o già appartenuti all’Azione Cattolica, si professavano orgogliosamente di sinistra.
Benché distinto e distante da quella parte politica, ebbe sicuramente il merito di aver saputo ascoltare quei ragazzi animati da spirito di protagonismo e buona volontà e anche di averli per certi versi incoraggiati nella loro battaglia di svolta e rinnovamento, non già per produrre una sterile e improduttiva terra bruciata, ma per migliorare e progredire gli esistenti rapporti nella vita sociale, culturale e politica fra genitori e figli, uomini e donne, docenti e studenti, imprenditori e operai.
Negli ultimi anni di vita, la cronica e debilitante asma bronchiale di cui soffriva da tempo fu la concausa del tremendo infarto ed arresto cardiocircolatorio che in quel funesto ed uggioso 20 dicembre 1969, a soli 61 anni, gli causò prematuramente la morte.

Insieme ai suoi cari affranti e addolorati, a parenti ed amici e ai vari esponenti delle autorità costituite provenienti da Potenza e da altri centri della provincia, lo pianse l’intera comunità barilese, i sostenitori di una vita o di qualche stagione e gli avversari di sempre o di poche partite, tutti insieme a rendere omaggio all’insostituibile ed indimenticabile Don Andrea. Dopo le esequie in chiesa, infatti, fra il cordoglio generale, teso anche a confortare la moglie e i figli per l’improvvisa ed incolmabile perdita subita, il sindaco dell’epoca, Geom. Giuseppe Grimolizzi, benché suo dichiarato avversario, non mancò di riconoscergli pubblicamente merito, onestà e competenza nella gestione della cosa pubblica, nel rapporto con amici e conoscenti, con la gente comune e con i suoi stessi strenui oppositori e contendenti.
Di lui rimangono il ricordo delle opere realizzate con oculatezza, probità e senso del buon governo, l’affetto e gli insegnamenti profusi a familiari e persone care, la costante disponibilità e innata generosità profuse non solo nei confronti dei compaesani, ma soprattutto la sua eredità morale secondo cui la vera e buona politica consiste nel:
“Servire il popolo nel supremo interesse del bene comune”.

Barile, 11 novembre 2019. In fede
(Dr. Antonio Cecere)

Stralcio di alcune deliberazioni e provvedimenti adottati nel corso del suo decennale mandato:

  • 1/3/1947: n. 4 Istituzione elenco dei poveri e famiglie bisognose e relativo stanziamento fondi;
  • 1/7/49: n. 24 Acquisto lavagna; - 11/8/49: n. 31 Acquisto piante per abbellire P.za Garibaldi;
  • 11/8/1949: n. 49 Spesa sopralluogo scelta area Edificio Scolastico; 16/11/1949: n. 58 Nomina Sig. Michele Esposito quale custode cimiteriale; - 27/4/1950: n. 12 Nomina a Medico Condotto interinale per un anno del Dr. Fiore Zambella in sostituzione del titolare Dr. Pietro Leone (nomina riconfermata per un altro anno al Dr. Zambella dal 27/5/1951 Del. n.34 del 3/5/1951; - 22/11950: n. 83 Spese fitto aule scolastiche; - 3/8/1950: n. 1 Melfi capoluogo di Provincia; 12/7/1951: n. 61 Acquisto suolo per bagni pubblici in Via Cantine; - 5/6/1952 Voto costruzione Terme di Rapolla; - 15/12/1953: n. 19 Incarico all’Ing. Giuseppe Catenacci per il progetto fognario; - 15/12/1953: n. 5 Concessione gratuita di suolo all’Opera Nazionale Mezzogiorno d’Italia per costruzione Asilo Comunale; - 15/12/1953: n. 7 Contributo per la creazione in Melfi del monumento allo statista Francesco Saverio Nitti; - 15/12/1953: n. 8 Istituzione dell’ambulatorio medico; - 6/3/1954: n. 8 Fitto locale macello; - 6/3/1954: n. 9 Sopralluogo area per Edificio Scolastico; - 20/3/1954: n. 20 Acquisto nuova bandiera; - 4/5/1954: n. 26 Sdemanializzazione suolo C/da Scea per costruzione Asilo Infantile Comunale; - 12/7/1954: n. 3 Autorizzazione costruzione pubblico macello; - 12/7/1954: n. 6 Nomina dell’Ing. Giuseppe Amorosino progettista e direttore lavori Edificio Scolastico; - 22/12/1954: n. 9 Concessione gratuita di suolo al parroco della chiesa San Nicola Vescovo per costruzione della Canonica; 22/12/1954: n. 21 Istituzione fiera comunale; - 3/9/1955: n. 1 Nomina Ing. Giuseppe Catenacci direttore lavori per costruzione fognature; - 15/12/1955: n. 11 Approvazione progetto Edificio Scolastico; - 15/12/1955: n. 92 Liquidazione spese per pubblico orologio; - 10/6/1956: n. 93 Residenza in Barile del Veterinario Condotto del Consorzio Veterinario di Barile e Rapolla.