Parma Campanili del Duomo, di San Giovanni e Santo Sepolcro
Parma Campanili del Duomo, di San Giovanni e Santo Sepolcro

Parma – Con il Cristo risorto il suono delle campane annunci al mondo la PACE e la fine di ogni guerra, che, come scrisse Giorgio La Pira, è «un luogo di morte, dove i padri e le madri seppelliscono i loro figli, dove gli uomini uccidono i loro fratelli senza averli nemmeno visti, dove i potenti decidono e i poveri muoiono». Buona Pasqua a tutti i lettori!

Scriveva Charles Baudelaire nella parte iniziale della poesia Paysage, che apre la sezione Tableaux Parisiennes in Les Fleurs du mal: «Je veux, pour composer chastement mes églogues, /coucher auprès du ciel, comme les astrologues, / et, voisin des clochers, écouter en rêvant / leurs hymnes solennels emportés par le vent. / Les deux mains au menton, / du haute de ma mansarde, / je verrai l’atelier qui chante et qui bavarde; / les tuyaux, les clochers, ces mâts de la cité, / et les grands ciels qui font rêver d’éternité. (Io voglio, per comporre castamente le mie egloghe, coricarmi in prossimità del cielo, come gli astrologi, e, vicino ai campanili, ascoltare come in sogno i loro inni solenni trasportati dal vento. Le mani sotto il mento, dall’alto della mia mansarda, vedrò il cantiere che canta e chiacchiera; i camini e i campanili, questi alti stendardi della città, e i grandi cieli che fanno sognare l’eternità». Versi sublimi, di puro incantamento!

Fra le aeree immagini di queste morbide ed intense espressioni poetiche, avvolte in una delicata aura di sogno, spiccano i campanili parigini. Del tutto simili ai mille campanili, celebri o anonimi, che da oltre un millennio segnano città, paesi, villaggi e concorrono a formarne il senso identitario. È grazie ai campanili, infatti, che si costruisce l’idea dell’appartenenza, la quale non consiste certo in una addizione di “io”, che diventano un “noi” indistinto e magmatico, ma è un insieme armonioso di individualità che, sulla base di una storia comune e di un comune sentire, s’integrano fra loro e felicemente coesistono. È ciò che i tedeschi chiamano “heimat”, ad indicare l’essenza storica, culturale religiosa del luogo dove le persone non solo nascono e vivono, ma si formano e si forgiano.

I campanili, dunque, simbolicamente custodiscono e comunicano pensieri e valori condivisi, che spesso trovano la loro espressione nella voce potente della poesia. Bastino pochi esempi a suffragare questa idea. Si legga, primo fra tutti, il passo del lungo, complesso e celebre componimento La chiesa di Polenta, in cui Giosuè Carducci, invocando il restauro della pieve di San Donato a Bertinoro, auspica che la campana riprenda a squillare e ritorni il tempo della preghiera: «… rendi la voce / de la preghiera: la campana squilli / ammonitrice: il campanil risorto / canti di clivo in clivo a la campagna /Ave Maria. (vv. 108-112)».

Da questi versi si evince subito quanto sia importante la voce delle campane nella vita quotidiana delle persone, che a ragione le attribuiscono significati e valori degni di religiosa riverenza, sicché «… Quando su l’aure corre / l’umil saluto, i piccioli mortali / scovrono il capo, curvano la fronte… (vv.113-115)». La familiare chiesetta è per tutti non solo un punto di riferimento spaziale e temporale, ma una premurosa compagna, che aiuta e conforta. Al suono della campana, perciò, si diffonde fra la terra e il cielo una invisibile e dolce melodia spirituale e insieme con essa «Un oblio lene de la faticosa / vita, un pensoso sospirar quïete, / una soave volontà di pianto / l’anime invade. (vv. 121-124)».

Con intensità ancora maggiore tale significativo e suggestivo elemento poetico si manifesta nella lussureggiante produzione di Giovanni Pascoli, come testimonia una piccola manciata di versi estrapolati da alcune sue poesie, dove è possibile udire lo squillo delle campane ora mesto e ora lieto, spesso lugubre e di rado festoso, che all’alba, a mezzogiorno o al vespro si espande nell’aria dai campanili di San Mauro o Urbino in Romagna e di Caprona o Barga in Toscana.

Leggiamo le eloquenti parole del poeta, che in uno dei suoi primi componimenti si chiede e risponde «Che fanno le campane, / che squillano vicine, / che ronzano lontane? // È un inno senza fine, / or d’oro, ora d’argento, / nell’ombre mattutine. // Con un dondolìo lento / implori, o voce d’oro, / nel cielo sonnolento. (Myricae, Alba festiva, I, vv. 1-9)».

Altrove, il poeta invita la sorella ad ascoltare il suono delle campane al vespro, cui corrisponde una dolce sinfonia di sentimenti, che si sprigionano dal cuore: «Odi, sorella, come note al core / quelle nel vespro tinnule campane / empiono l’aria quasi di sonore / grida lontane? // A quel tumulto aereo risponde / dal cuore un fioco scampanio, sì lieve, / come stormeggi, dietro macchie fonde, / candida pieve. (Myricae, Campane a sera, vv. 1-8)».

Ma i rintocchi consolanti delle campane servono anche ad accompagnare e rassicurare i miseri viandanti nel loro faticoso cammino: «Sì: sonava lontana una campana, / ombra di romba; sì che un mal vestito /che beveva, si alzò dalla fontana. // e più non bevve, e scongiurò, di rito, / l’impaziente spirito. Via via / si sentì la campana di San Vito, // si sentì la campana di Badia / e gli altri borghi, di qua di là, pronti / cantando si raggiunsero per via. // C’era di muti spiriti nei fonti / un palpitare al tremolio sonoro / ch’empieva l’aria e percotea nei monti. Primi poemetti, L’Angelus, vv. 1-12)».

E ancora: «Una campana parla della cosa / nel suo grave dan dan dalla badia; / onde tra i pioppi tinti in color rosa / suona un continuo scalpicciar per via; passa una lunga e muta compagnia / con fasci di trifoglio e lupinella. // Una fanciulla cuce ed accompagna / cantarellando, dalla nera altana, / un canto che s’alzò dalla campagna, / quando nel cielo tacque la campana; s’alzò da un olmo solo nella piana, / da un olmo nero che da sé stornella. (Myricae, Vespro, vv. 2-13)».

Infine, s’ode la voce delle campane, che invita al sospirato riposo dopo una giornata di dura fatica ed esalta la dolcezza della calda e rigenerante intimità familiare: «Da’ borghi sparsi le campane in tanto / si rincorron coi lor gridi argentini: / chiamano al rezzo, alla quiete, al santo / desco fiorito d’occhi di bambini. (Myricae, Romagna, I, vv. 21-24). In questi versi sembra davvero echeggiare la leopardiana «squilla [che] dà segno / della festa che viene» / e al cui suono «il cor si riconforta».

I pochi esempi appena proposti evidenziano un utilizzo insistito di immagini dei campanili e delle campane nelle varie raccolte del poeta romagnolo. Non stupisce, perciò, che di recente Laura Crippa e Emilio Manzotti abbiano dedicato al tema un saggio, L’ora di Barga – Sulle campane del Pascoli, (griseldaonline 2022). Nel loro lavoro circostanziato e interessante i due autori, docenti di letteratura in Università elvetiche, hanno individuato in tutta l’opera pascoliana ben 79 passi, dove compaiono campane e campanili, che ispirano la creazione lirica attraverso varie funzioni sociali e forme poetiche.

La malia dei campanili, comunque, non fa vibrare solo le corde delle lire dei poeti, ma anche dei cuori delle persone comuni. Io, per mio conto, fui affascinato fin da ragazzo dalle immagini degli stupefacenti campanili di Giotto a Firenze e di San Marco a Venezia, che illuminavano le pagine del mio libro sussidiario delle scuole elementari. Negli anni successivi potei arricchire e approfondire le mie conoscenze al riguardo attraverso viaggi e letture.

Ma non è di questi che qui intendo parlare quanto piuttosto dei campanili, meno celebri ma più ricchi di senso, che hanno segnato le diverse fasi della mia esistenza e sono entrati stabilmente nella geografia dei miei sentimenti. Inizio, così, il mio breve viaggio a ritroso nel tempo, partendo dal campanile del Duomo di Parma, che ho conosciuto per ultimo e mi è diventato familiare e caro solo di recente.

Eretto fra il 1284 e il 1294 in stile romanico lombardo, con i suoi sessantatré metri di altezza sembra davvero toccare il cielo con lo stupendo Angelo d’oro tanto amato dai parmigiani, che fu collocato sulla cuspide alcuni decenni dopo la sua costruzione. Con l’imponente campanile della vicina abbazia di San Giovanni, il più alto della città con i suoi 75 metri, e quello in stile gotico della chiesa di San Sepolcro, vigila sul centro storico della città emiliana, facendosi ammirare per la stupenda bellezza impreziosita dagli archetti ogivali in marmo di gusto gotico.

Eppure, devo confessare che del campanile del Duomo mi colpisce non tanto la innegabile eleganza delle forme quanto la sua capacità di infondere un profondo sentimento religioso. Ogni volta che mi è capitato di osservarlo e ammirarlo da vicino nelle ore in cui la bella piazza antistante non è affollata e consente di abbandonarsi a una estatica contemplazione, esso rivela una straordinaria forza di elevare l’anima e di avvicinarla a Dio.

Ed eccoci alla seconda proposta di questo striminzito e stravagante catalogo dei “miei campanili”, in cui appare subito evidente che si abbassa di molto il livello artistico e cresce a dismisura il tasso affettivo di chi scrive. Si tratta della torre campanaria della chiesa di San Luigi ad Aliano, che così è descritta da Carlo Levi nel Cristo si è fermato a Eboli: «La chiesa non era che uno stanzone imbiancato a calce, sporco e trasandato, con in fondo un altare disadorno su un palco di legno, e un piccolo pulpito addossato a una parete. I muri, pieni di crepe, erano ricoperti da vecchi quadri secenteschi dalle tele scrostate e piene di strappi, malamente appesi in disordine in parecchie file. […] Non c’è campanile, la campana è fuori attaccata a un sostegno».

In effetti, la torre campanaria, inesistente al tempo in cui l’artista torinese fu confinato ad Aliano, fu costruita solo dopo la guerra. I lavori, iniziati nel 1948 e terminati nel 1975, durarono quasi quanto la fabbrica di San Pietro, edificata nel giro di un trentennio. In ogni caso, il campanile della chiesa di san Luigi per ventidue anni ha assistito, vigile e discreto, a molti momenti, lieti e tristi, della mia vita alianese, che non ho mai dimenticato.

Fra tutti ne ricordo due in particolare. Il primo è il tenero commiato da monsignor Francesco Zerrillo, quando lasciò la diocesi di Tricarico per guidare quella di Lucera. Fu un santo Vescovo, che molto contò nella mia vita e mi fu vicino sino alla fine dei suoi giorni. L’altro riguarda la toccante cerimonia in ricordo del giovane architetto Luigi Scelzi e la benedizione del dipinto di San Luigi, che lui aveva fatto commissionare al Maestro Nicola Iosca e che non aveva potuto ammirare per la sua prematura scomparsa.

Ancora più profondo è il mio legame con il campanile della chiesa di Santa Maria la Nova di Stigliano, meglio nota come il Convento. Alla sua ombra si è snodata gran parte della mia vita: battesimo, prima comunione, cresima, matrimonio e tanti altri eventi, felici o dolorosi. Il campanile fu costruito nel 1839, circa cinquant’anni dopo la bella facciata in bugnato risalente alla fine del Settecento. Qui furono allocate le campane del vecchio Convento, distrutto da una frana rovinosa. Le secolari campane, che hanno accompagnato con i loro rintocchi le mie giornate dal 1977, l’anno del mio matrimonio, fino al 2007, anno del mio trasferimento a Parma, io quasi le toccavo, affacciandomi alla finestra e stendendo la mano. Ora, che ne sono lontano e le rivedo soltanto nei sempre più rari ritorni, ancora di più capisco che «Gravi, scandiscon quei rintocchi / il tempo, che, impietoso, fluisce, / e accendono un rapido sospiro / per la vita, che, languida, finisce».

Siamo giunti, così, alla fine, che sarebbe in realtà l’inizio, del nostro breve viaggio e siamo giunti davanti alla Cappella, che nel Seicento fu costruita fuori le mura del paese, non lontano dal Castello, in onore della Madonna dell’Annunziata e che nell’Ottocento fu ampliata con un cappellone dedicato ai Sacri Cuori. Il suo campanile a vela mi ha accompagnato con una presenza protettiva e rassicurante dalla nascita fin sulla soglia dei trent’anni.

Quando avevo nove o dieci anni, con il mio cugino siamese Giambattista conquistai il diritto di suonare una delle due campane più piccole. Ciò accadde dopo un congruo periodo di apprendistato al seguito dei ragazzi più grandi, che ci insegnarono la sincronia dei movimenti necessari a far sì che i rintocchi non diventassero un arruffio di suoni, ma un armonioso concento. Fu necessario avere anche l’autorizzazione di zia Luisa Ch’nès’, vedova di guerra e provetta materassaia, che della Cappella fu per un quarto di secolo sovrana incontrastata e arcigna custode. Se ne prendeva amorevole cura, ne organizzava la vita quotidiana, imponendo ferree regole a parroci e fedeli, che ubbidivano senza fiatare.

Da circa dieci anni per la colpevole noncuranza di chierici e laici la Cappella della Villa giace in uno stato di totale abbandono e se ne sta triste, muta e inaccessibile. Per fortuna nessuno può impedirmi di accedervi idealmente, trascinato dalla corrente della memoria. Così, spesso io entro, mi siedo fra i banchi vuoti e me ne sto in religioso silenzio. Pian piano arrivano e prendono posto tante persone pie e a me care e, alla fine, appare, trafelata, mia madre, che si dirige al posto abituale e si raccoglie in preghiera, aprendo il suo messalino.

È il prezioso libriccino, che gelosamente conservo da quarant’anni e che, quando sono a Stigliano, di tanto in tanto amo tirare fuori, pur senza leggerlo. Mi limito ad accarezzarlo, sfiorandone delicatamente con le dita la rigida copertina nera e i tagli rossi, che profumano ancora di antiche devozioni. Lo depongo, infine, tra gli altri piccoli oggetti, che, muti per gli altri, a me raccontano indimenticabili storie di un tempo che non muore.

Più volte mi è capitato di chiedermi cosa sarebbero stati i villaggi, i paesi, le città senza i campanili e sempre mi sono risposto che si sarebbero molto immiseriti non solo sul piano estetico, ma sociale e morale. In questi ultimi giorni, durante i nostri frequenti contatti quotidiani, ne ho accennato al mio amico Nicola Iosca, pittore, musicista e uomo di fede. Abbiamo convenuto che chiese e campanili hanno un potere unico di rivelare la grandezza dell’intelletto e dell’anima, quando gli uomini rifuggono il Male e inseguono il Bello e il Bene.