Lucania romana, foto dal web
Lucania romana, foto dal web

Parma – Recentemente in un breve testo, che sarà prossimamente pubblicato sul periodico online ParkTime magazine, ho tentato di rappresentare l’epifania della letteratura sulla scena nazionale e locale attraverso una rapida rassegna dei Premi e l’attività dei Parchi Letterari. Proprio quello scritto mi induce ora a fare qualche riflessione estemporanea sulla letteratura lucana vista come espressione di un territorio, del quale si evocano rapidamente gli essenziali dati e fatti storici e sociali, che ne hanno condizionato la vita letteraria e culturale.

La Lucania-Basilicata, minuscolo lembo interno del Mezzogiorno d’Italia, è una terra di varie e vive e grevi contraddizioni, dove vivono poco più di 530.000 abitanti, disseminati in 131 comuni perlopiù piccoli nelle due province di Potenza e Matera. La sua storia, che ad una considerazione superficiale potrebbe apparire insignificante e segnata dalla immobilità tipica di una società contadina, mostra una certa complessità nel suo grigiore di fondo, come lasciano facilmente intuire le numerose dominazioni straniere succedutesi nei secoli e l’alternanza dei due toponimi, che furono utilizzati a indicarla nel passato e che tuttora persistono a dispetto della denominazione ufficiale.

Anticamente, già in età preromana, fu Lucania, nome che, rimasto in uso durante la dominazione dei Romani a indicare sotto Augusto la Regio III, fu riutilizzato dal 1932 al 1947, dopo essere stato sostituito per alcuni secoli con quello di Basilicata. Quest’ultimo, attestato già intorno al X secolo e variamente interpretato dal punto di vista etimologico, servì a indicare ufficialmente la regione, quando nel 1643 per volontà del viceré spagnolo Ramiro Nuňez de Guzmán, duca Medina de Las Torres, che già nel 1640 aveva accolto l’ipotesi di staccarla dal Principato Citra, fu istituita la Regia Udienza di Basilicata.

Fu, questa, una delle undici Udienze, che nel Regno di Napoli esercitavano funzioni amministrative, civili, penali e militari attraverso un Consiglio di 23 persone, al cui vertice era un Preside. Il primo Preside della Regia Udienza di Basilicata fu Geronimo Marques e la prima sede Stigliano, che poi passò il testimone a Montepeloso. Nel 1948 Basilicata diventò il nome ufficiale della regione con la promulgazione della Costituzione repubblicana.

Da qualche anno, dopo il fallimento dei progetti di industrializzazione tentati negli anni Sessanta e Novanta e non ostanti le rilevanti risorse energetiche di cui può disporre, la Lucania-Basilicata sta attraversando un periodo drammatico per la ricomparsa dell’antica piaga dell’emigrazione, che ha caratterizzato un lungo tratto della sua tormentata storia. Negli ultimi trent’anni a causa del calo delle nascite e delle fughe verso il nord o verso l’estero ha perso 61.000 abitanti e l’emorragia continua inarrestabile, tanto che si parla di un vero “inverno demografico”.

Non meno raccapriccianti sono i dati che riguardano gli studenti universitari iscritti in atenei fuori della regione: il 77% non frequenta l’università della Basilicata, istituita dopo il terremoto del 1980 con la speranza di dare un impulso decisivo allo sviluppo sociale e culturale del territorio. I risultati, purtroppo, non hanno corrisposto all’attesa e oggi la Unibas è al secondo posto tra i quindici atenei italiani che perderanno il maggior numero di studenti entro il 2030, per cui si teme la soppressione di alcune facoltà.

Ciò premesso, vale la pena di annotare che la Lucania-Basilicata, benché abbia una storia dignitosa e degna di attenzione, continua ad essere trascurata e ignorata da molti. Né sono valse a farla conoscere e tenere nella giusta considerazione le ragguardevoli risorse umane, che le permettono di vantare nomi importanti nella politica, nelle scienze, nell’arte, nella musica, nello sport e anche nella letteratura. La storia letteraria lucana, infatti, ha una nobile tradizione, benché la regione sia stata esclusa da sempre dai grandi circuiti editoriali e culturali italiani.
Gli elementi indicati in questa succinta descrizione possono aiutare a capire anche in cosa consista il genius loci lucano, cioè l’insieme dei segni e dei tratti storici, sociali ed ambientali, che hanno creato nel corso del tempo l’identità del territorio. Qui, come altrove, ha operato quello spirito del luogo, che soffia nella vita di ciascuno, così come in esso è presente lo spirito individuale.

Non ne rimane esente la letteratura, che, entrando in questa corrente vitale, ne è condizionata e concorre a sua volta a influenzarlo, per cui con un processo lento e invisibile, le opere letterarie hanno contribuito nel corso del tempo a formare il patrimonio etico, culturale e spirituale della comunità. Non sorprende, dunque, che lo spirito del luogo abbia alitato assiduamente in tutti gli autori lucani, in coloro che partirono e in chi rimase, narratori e poeti, maggiori e minori, ispirando malinconiche evocazioni elegiache e vivide narrazioni storiche o antropologiche, spesso realizzate attraverso intriganti racconti di saghe familiari.

Per questo, molto opportunamente Giovanni Caserta, autore già trent’anni fa di una ponderosa e illuminante Storia della letteratura lucana, nella premessa del suo recente Disegno storico della letteratura lucana ribadisce che non poche perplessità insorgono nel concepire l’idea di una “letteratura lucana”, ma esse possono essere superate individuando nella lucanità «l’unica chiave o linea di lettura idonea ad abbracciare e tenere insieme secoli di vita e di uomini pur nati e vissuti in tempi e condizioni diverse».

Alla luce di questo criterio, non scaturente da una mera astrazione ma fondato su concrete motivazioni, possono essere accolti nella storia della letteratura lucana scrittori e poeti tra loro lontani nel tempo e dissimili per la diversa tipologia delle loro opere. Da Orazio ad Albino Pierro, da Ocello Lucano a Leonardo Sinisgalli, da Isabella Morra a Carolina Rispoli, da Francesco Lomonaco a Nicola Sole, da Fortunato, Nitti e Alianello a Carlo Levi, Rocco Scotellaro, Pasquale Festa Campanile, Giulio Stolfi e Mario Trufelli.

Ne sono entrati a far parte successivamente molti scrittori e poeti delle nuove generazioni, alcuni dei quali sono assurti a fama nazionale come Raffaele Nigro, Giuseppe Lupo, Andrea Di Consoli, Mariolina Venezia, mentre altri meno fortunati hanno avuto notorietà solo entro i ristretti confini regionali, pur avendo dato vita a opere di apprezzabile valore, per cui certamente avrebbero meritato un più ampio riconoscimento.

Bisogna aggiungere, infine, che al diritto di cittadinanza nelle patrie lettere lucane aspirano molti cosiddetti minori, talora autori di un solo libro, che magari è stato scritto con il supporto di un ghostwriter, resosi disponibile dietro compenso o per amicizia. Negli ultimi anni, infatti, anche in Lucania- Basilicata, come un po’ dappertutto in Italia, si è assistito a un fenomeno curioso e per certi versi paradossale, che ha visto progressivamente affievolirsi l’amore della lettura e nel contempo divampare la passione per la scrittura, che si è tradotta spesso in un frenetico desiderio di pubblicare testi i più disparati per genere e tematiche.

La schiera di scrittori e poeti lucani, dunque, è così fitta, che per motivi ovvi e facilmente intuibili sarebbe improvvido avventurarsi nell’impresa di stilare un elenco di nomi. Mi concedo, pertanto, la deroga di citare solo tre autori, di cui ho avuto modo di occuparmi nel passato e che vengono qui solo fuggevolmente evocati per uno spirito di comprensibile orgoglio campanilistico.

Piace, allora, ricordare Vincenzo Cilento, il quale non solo acquistò fama mondiale per una raffinata traduzione delle Enneadi di Plotino e per una serie di mirabili saggi filosofici, che molto contribuirono al progresso degli studi sul neoplatonismo e sulla filosofia medievale, ma ci ha fatto dono anche di una meravigliosa silloge di sessantuno poesie, irrorate da una profonda sapienza filosofica, da una soave raffinatezza del sentire e dalla classica eleganza della forma.

Del contadino e poeta Nicola Berardi, deriso e vilipeso in vita nel suo paese natale a causa della sua passione per la poesia e a lungo ignorato dopo la morte, è il caso di rilevare che ci sono pervenuti solo sedici suggestivi componimenti poetici di vario genere. In essi traspare una non banale conoscenza di poeti antichi e moderni e balenano lampi di genuina poesia, che riverberano una grande ricchezza interiore e una rara delicatezza d’anima.
Si vuole menzionare, infine, Pio Rasulo, il quale durante la sua lunga, intensa e versatile attività di dirigente scolastico, giornalista, docente universitario pubblicò numerosi saggi di estetica e di antropologia Qui si cita solo, oltre alla struggente raccolta di poesie Asfodelo, il memoriale La lunga notte della civetta, con il quale circa sessant’anni fa s’impose all’attenzione della critica letteraria nazionale e suscitò l’ammirazione di Carlo Levi, che disegnò la copertina della seconda edizione.

A questo punto non si può fare a meno di sottolineare con un certo rammarico che l’affermazione di una grande parte dei maggiori autori lucani, siano essi antichi o moderni, è avvenuta quasi sempre lontano dalla Lucania-Basilicata. Se, ad esempio, Orazio trovò accoglienza alla corte di Augusto grazie a Mecenate, dopo molti secoli Michele Parrella pervenne alla gloria poetica solo frequentando i salotti letterari della capitale. E se Tommaso Stigliani nel suo avventuroso girovagare, che lo portò anche a Parma, operò perlopiù lontano dalla sua Matera, Francesco Lomonaco, rientrato in Italia dopo essersi rifugiato in Francia per motivi politici, trovò in Lombardia una sistemazione e la possibilità di farsi conoscere e apprezzare grazie anche all’amicizia con il Monti, il Foscolo e Manzoni. Lo stesso discorso vale per tanti altri autori fin qui ricordati.

È, questa, una nota dolente, che la dice lunga sulle condizioni avverse, che da sempre penalizzano la Lucania-Basilicata, condannata a un ruolo di marginalità anche nel campo della letteratura. Si vuol dire che l’affermazione letteraria di tanti lucani, se pure è servita a dare lustro ai paesi di origine dei vari autori, in effetti poco ha giovato alla crescita culturale della regione. Ed è sconfortante prendere atto che ancora oggi persistono condizioni, che ne ostacolano il completo e definitivo riscatto.

Ne è prova esemplare la scabrosa e per certi versi allucinante vicenda della Biblioteca “Tommaso Stigliani”, a rischio di estinzione nella città che solo cinque anni fa sventolava con orgoglio la bandiera di capitale europea della cultura. «Fondare biblioteche – scriveva Marguerite Yourcenar nelle sue splendide Memorie di Adriano – è come costruire ancora granai pubblici, ammassare riserve contro un inverno dello spirito che da molti indizi, mio malgrado, vedo venire».

Se questo è vero, lasciare morire la storica e prestigiosa biblioteca provinciale materana, in vita da più di novant’anni e dotata di un ingente e prezioso patrimonio librario e documentale, cui contribuì con una significativa donazione anche lo stiglianese Vincenzo Onorati, sarebbe delittuoso. Significherebbe rassegnarsi per sempre all’idea di una città dove non c’è posto per la letteratura, la poesia, la cultura e per i pensieri, le emozioni, i valori che esse trasmettono. Sarebbe, in altre parole, il triste segnale di un ritorno dell’antica barbarie.