Negozio con cassetta postale Foto di M. Luongo
Negozio con cassetta postale Foto di M. Luongo

Parma – Molti anni fa, da un vicoletto di Largo Masaniello sbucava ogni giorno, nella tarda mattinata, la figura di un uomo anziano, tracagnotto e pacioso. La carnagione brunita faceva tutt’uno con il colore della divisa e del borsone di cuoio consunto, che portava a tracolla. Lo accoglievano le voci cantilenanti delle donne, che ne avvertivano la presenza, si affacciavano sugli usci e chiedevano se mai avesse qualcosa da consegnare. Lui faceva con la testa un impercettibile segno di assenso o di diniego e proseguiva senza scomporsi.

Si dirigeva con aria trafelata verso la familiare cassetta rossa, posta a lato della porta del negozio di via Plebiscito, che, a partire dal 1936 e per oltre quarant’anni, fu prima della vedova di guerra Rosa Santo, poi di suo figlio Nicola, mio padre. Con gesti sicuri provvedeva ad aprire lo sportellino sul fondo, tenendolo sospeso con un ginocchio appena sollevato, e lasciava che una copiosa cascata di carta si riversasse nella sua enorme e pesante borsa.

Entrava, allora, nel negozio e, consegnata qualche immancabile busta, si lasciava cadere su una sedia e si detergeva il sudore con un grande fazzoletto rosso. Dopo una breve sosta, salutati il negoziante e tutti presenti, riprendeva il cammino con passo spedito e presto scompariva dietro la Cappella dei Sacri Cuori.

Lo stesso identico rito si ripeteva puntualmente nel tardo pomeriggio. Sempre. Tranne che nelle feste comandate. Con il sole o con la pioggia, d’estate e d’inverno. Parafrasando il titolo del celeberrimo film di Bob Rafelson, tratto dall’omonimo romanzo di James M. Cain, si può ricordare che a quei tempi il postino passava sempre due volte.

Perché, l’avete già capito da subito, è proprio di lui che stiamo parlando, del portalettere, piccolo Ermes terreno, che faceva da messaggero fra gli stiglianesi e i loro parenti sparsi nel mondo. Si chiamava Salvatore Longo, ma per me, ragazzuolo negli anni Cinquanta, era semplicemente zio Salvatore. Lo vedevo spesso e lo attendevo, trepidante, nei giorni in cui sapevo che sarebbe arrivato qualche giornaletto, come la “Selezione del Reader’s Digest”, a me personalmente indirizzato, perché mio padre aveva provveduto a farmi l’abbonamento.

Non rimanevo mai deluso, perché allora il servizio postale funzionava al meglio. Esultavo, perciò, quando lo sentivo chiamare da lontano con voce stentorea: “Vitangelo!”. Mio padre, a sua volta, riceveva puntualmente ogni pomeriggio il quotidiano “Corriere del giorno”, al quale si era abbonato su invito del suo caro amico Pio Rasulo, che a quel tempo scriveva sul giornale della città dei due mari. Anch’io presi l’abitudine di sfogliarlo, soffermandomi sulle notizie di cronaca o di sport.

L’efficienza delle Poste e Telegrafi per tutto il tempo in cui non era ancora diffuso l’uso del telefono, della radio e men che mai della TV, ma anche dopo per molti anni, fu garantita a Stigliano da una ammirevole pattuglia di postini come Filippo Maffei e il figlio Pasquale, Vito Polidoro, Martino Galgano, Antonio Grancia, Lorenzo Ciuffi. Essa, peraltro, avvalorava una nobile tradizione nazionale. A qualche inguaribile scettico mi permetto di fare solo due esempi, emblematici, che riguardano fatti avvenuti in luoghi e tempi diversi.

Il primo vede protagonista Giosuè Carducci. Raccontava il noto scrittore e giornalista Cesare Marchi che il grande poeta, severo professore e stimato critico letterario amava scrivere a una donna, per prendere con lei appuntamento alla stazione di Bologna, dove puntualmente si incontravano. Non ricordo se la donna fosse la sua fidanzata o la sua amante. Mi sfugge anche il nome della città, dalla quale ella partiva. D’altronde, è passato tanto tempo! Voglio dire che sono trascorsi molti anni non da quando queste cose accadevano, perché io ancora non c’ero, ma da quando lessi la notizia su uno dei tanti libri di Marchi, che amavo leggere, perché la sua scrittura era animata da uno spirito di sano e edificante umorismo. Resta il fatto che l’episodio è rivelatore dell’efficienza del servizio postale nell’Italia monarchica.

Questa efficienza durò a lungo anche dopo l’avvento della Repubblica. Lo conferma un altro episodio, accaduto in occasione della prematura scomparsa di Rocco Scotellaro. Questi, come è noto a molti, morì improvvisamente a Portici il 15 dicembre 1953, all’età di soli trent’anni. Quella stessa sera, poche ore prima che fosse stroncato da un infarto, da Napoli aveva spedito alla madre Francesca una busta contenente due lettere, una per lei, l’altra per il suo fraterno amico Antonio Albanese. Il portalettere di Tricarico, Pasquale Picerno, la recapitò la mattina del 17 dicembre, mentre si stavano svolgendo i funerali del sindaco, poeta e intellettuale tricaricese.

A questo punto concludo il mio breve racconto, ma prima voglio fare una confidenza. Mi capita spesso ancora oggi, quando ritorno al paese, di passare davanti al negozio paterno e ogni volta noto con un certo stupore che è sempre là quella cassetta delle lettere, che ai miei occhi fantasticanti di ragazzo appariva come una vera e ospitale casetta, che raccoglieva e custodiva per qualche ora i pensieri e i sentimenti di tante persone. Per lei, che mi fu familiare negli anni più belli della mia vita, continuo a nutrire un sentimento di grande tenerezza. È per questo motivo che qualche tempo fa volli dedicarle una manciata di versi, che mi piace qui condividere.

La casetta rossa

È caduta in letargo la vecchia rossa

cassetta postale e, ahimè, è un sonno

che molto assomiglia alla morte.

Or più non accoglie gioie, dolori,

sospiri da distribuire nel mondo,

a persone lontane, trepidanti

d’attesa.

È sospesa, là, affranta e negletta.

Il nonno canuto una occhiata

furtiva le lancia, ma esitante

appare alla bimba, che gli stringe

la mano e, curïosa, gli chiede:

«Cosa è?».

Allora egli narra d’una scatola

magica, custode molto gelosa

di vaghi pensieri e di profondi

segreti che, come rondini albine,

per il vasto ciel se ne andavano,

quïeti.

E racconta il vecchietto, con tremula

voce, di sé, bimbo dai boccoli

d’oro, che, gioioso, corre sull’onda

di quei segreti pensieri, finché,

stupefatto, arriva in paesi

remoti.

Là, fra gente mai vista, curioso

conosce ed apprende storie gaie

o dolenti, e partenze improvvise

da un piccolo paese montano,

su piroscafi e treni che corrono

il mondo.

Nei tetri casamenti di New York,

nelle fredde baracche di Amburgo,

a Torino a Varese a Milano,

vede gente dischiudere lettere,

che il profumo spargono d’un paese

lontano.

Ricorda, allora, la gente il distacco

e l’approdo in terre infinite,

la gran scoperta di luoghi stranieri,

ove parlano lingue mai prima

sentite, un desiderio inebriante

di vita.

Tace ora la cara rossa casetta;

è vecchia e pure molto malata;

più non accoglie i segreti pensieri,

che tennero unita la gente sparsa

in un antico piccolo mondo, ora

scomparso.