In quella calda e appiccicosa giornata del 27 agosto 1876 le strade di Matera ribollivano d'afa già dalle prime ore del mattino. Le case si rifiutavano di uscire dal letargo. Nella grande e severa aula del Tribunale, tuttavia, l'aria era ancor più pesante: un silenzio, carico di tensione, avvolgeva le persone intervenute all'atto finale di quell'insolito processo.

Separati dal folto e incuriosito pubblico, a poca distanza tra loro, sedevano, senza degnarsi di uno sguardo, don Alessandro Correale e Giuseppe Damerino. Il primo, immobile e impenetrabile come una sfinge, se ne stava accanto all'avvocato Leonardo Ciruzzi, assistito dal collega Giambattista Ventura; l'altro cercava di dissimulare la sua agitazione, quasi nascosto fra i suoi difensori, gli avvocati Giuseppe Lacovara e Francesco Paolo Buonsanti.

In attesa che la Corte facesse il suo ingresso, i due rappresentanti delle parti in causa tentavano di distrarsi, girando sguardi svagati nell'aria stagnante dell'aula. In realtà, le loro menti erano occupate e tormentate da un unico pensiero fisso. Quale sarebbe stato il verdetto? Quale, dunque, il destino delle due bellissime statue del Sacro Cuore, che in paese attendevano il responso dei giudici materani?

L’incredibile storia era iniziata a Stigliano ventitré anni prima, agli inizi del 1853, quando una penitente, che aveva voluto mantenere segreto il suo nome, aveva fatto acquistare a sue spese, a Napoli, due meravigliose statue del Santissimo Cuore di Gesù e Maria. Un giorno la signora si presentò di buonora da don Giuseppe Maria Correale, parroco della Chiesa Madre. Accolta gentilmente dalla Perpetua e introdotta nello studiolo del prelato, con grande emozione lo informò della sua volontà di donare le due statue alla Chiesa come ex-voto, per poi dar vita ad una Confraternita che, a sua volta, si sarebbe fatta carico di edificare un'apposita Cappella.

L'arciprete, che ben conosceva la sincera devozione della donna, ne fu molto contento. Le promise che avrebbe fatto tutto ciò che era necessario per esaudire il suo desiderio. In breve tempo, infatti, ottenne dal vescovo Camillo Letizia l'autorizzazione ad accogliere la richiesta dell'anonima donatrice e dal nuovo sindaco Pietro Calbi, proprio in quei giorni subentrato a Vincenzo Marazita, la licenza per la costruzione di una Cappella a fianco a quella dell'Annunziata, già da tempo esistente.

Stigliano, SS. Cuori foto storica
Stigliano, SS. Cuori foto storica

Così don Giuseppe Maria, insieme con il ricco possidente don Camillo Vitale, priore della neonata Congregazione dei Santissimi Cuori di Gesù e di Maria, fu presto in grado di recarsi in strada della Cavallerizza, presso il notaio Giuseppe Del Monte. Qui fu stipulato un regolare atto notarile, in cui don Correale dichiarava che le due statue, a lui “fatte pervenire a divozione e spese di una sua penitente”, erano provvisoriamente custodite nella Chiesa Madre, in attesa di essere trasferite nella nuova Cappella, di cui si faceva garante don Camillo Vitale, figlio del defunto e ben noto proprietario don Gennaro.
Date le ristrettezze finanziarie della neonata Confraternita, la costruzione della Cappella procedette, però, molto a rilento. Furono necessari oltre venti anni. Finalmente, conclusi i lavori, nell'estate del 1875 poté essere avanzata la richiesta ufficiale di trasferirvi le due statue e, la prima domenica di settembre, nel rispetto della tradizione, celebrare la festività dei Sacri Cuori.

C'era, nella comunità dei fedeli e nel paese, un'atmosfera di grande gioia, anche perché sia l'Amministrazione comunale, nella persona dell'assessore Giuseppe Dechiara, sia il nuovo Vescovo, nella persona di Simone Spilotros, avevano certificato che il cappellone, costruito in largo del Plebiscito, accanto alla Cappella dell'Annunziata, era stato realizzato “con tale maestria, decenza ed eleganza da potersi quivi collocare le statue dei Sacri Cuori di Gesù e di Maria”.

Stigliano-Statue dei Sacri Cuori
Stigliano-Statue dei Sacri Cuori

Il 10 agosto, perciò, all'ora del vespro, convocati dai prolungati squilli delle campane, sbucando in rapida successione dal dedalo dei vicoli circostanti, arrivarono nella matrice Chiesa dell'Assunta i sacerdoti del Capitolo. Tutti, ordinatamente, presero posto nel mirabile coro ligneo dell'abside, su cui, posto dietro l'altare maggiore, dominava il monumentale polittico rinascimentale, realizzato dall’artista Simone da Firenze.
All'assemblea, convocata per rilasciare l'autorizzazione necessaria al trasferimento delle statue, erano presenti don Francescantonio Salerno, don Giovanni Maria Salerno, don Giovanni Giachella (vicario foraneo), don Gennaro Pasciucco, don Giuseppe Micucci, don Vincenzo Florio, don Rocco Basile, don Cesare Forastiere, don Francesco Dechiara, don Antonio Magariello, don Giuseppe Mona, don Leonardo Matarrese, don Salvatore Potenza e don Giuseppe Tancredi. Insomma, il clero quasi al completo.

Trattandosi di una decisione puramente formale, tutto sembrava dover procedere tranquillamente. All'improvviso, però, accadde ciò che nessuno avrebbe mai potuto prevedere. La tranquilla riunione stava per concludersi, quando, per ultimo, intervenne don Alessandro Correale, curato economo della Chiesa Madre. Inaspettatamente, si oppose al trasferimento delle statue, sostenendo che le statue non potevano essere rimosse, in quanto, una volta sistemate nelle nicchie, dovevano essere considerate non beni mobili, ma immobili.

I confratelli del Capitolo, che avevano già espresso il loro parere favorevole, rimasero sconcertati di fronte a quel sorprendente coup de théâtre.
Ma don Alessandro fu irremovibile. L'assemblea si concluse con un rinvio della decisione a data da destinarsi. A nulla valsero, nei giorni successivi, i richiami che da più parti furono rivolti all'economo. Considerata la sua ostinata resistenza, la Confraternita si vide costretta ad adire le vie legali. A tal fine, quale suo ufficiale rappresentante in sede di giudizio, nominò il Priore Giuseppe Damerino. La controversia finì al Regio Tribunale Civile di Matera.

Dove, alle undici in punto di un giorno caldissimo di fine agosto 1876, il dibattimento conclusivo poté finalmente iniziare. Il sole di Matera, a quell’ora, aveva avuto modo di cuocere a puntino i muri dell'aula. Avendo la Corte preso posto, il presidente Enrico Persico dichiarò aperta la seduta. Al suo fianco s'intravedeva appena la figura a mezzo busto del Cancelliere, diligentemente impegnato nella verbalizzazione. Questi, lo sguardo inchiodato su un immenso registro, con la mano destra impugnava la penna; nell'altra stringeva un enorme fazzoletto amaranto, con cui, di tanto in tanto, si detergeva l'abbondante sudore che, colando copioso, gli annebbiava la vista. Sembrava un naufrago che implorava disperatamente aiuto.

L'atmosfera surriscaldata, comunque, non scoraggiò l'avvocato Lacovara, patrocinatore della Congrega. Anzi, contribuì ad accenderne la vena oratoria. Con meticoloso riferimento ad articoli e commi, sostenne la restituzione delle statue al legale rappresentante della Congrega. Quando poi si avviò alla conclusione, trovò persino la forza di pescare, nella pentola della memoria, una dotta citazione con cui volle suggellare la sua perorazione. Evocando Cicerone, con il dito indice solennemente brandito per aria, proclamò che “la vis privata s'infrange al cospetto delle leggi”.

Il Presidente, allora, dette la parola al difensore del Correale. L'intervento dell'avvocato Ciruzzi, tuttavia, fu molto più sbrigativo. Visibilmente debilitato dalla calura, diede l'impressione di non credere più di tanto in un verdetto favorevole. Puntando piuttosto a limitare i danni per il suo assistito, si soffermò a contestare la pena accessoria del pagamento di lire 2000, richiesta dalla controparte.

Il 25 settembre, la sentenza, che imponeva la restituzione delle statue, fu notificata a don Alessandro Correale da Michele Maglione, usciere della pretura di Stigliano. Erano presenti Nicola Dente e Saverio Diruggiero, due testimoni, che nulla fecero per nascondere la loro viva soddisfazione.

Così, il 6 ottobre, prima domenica di ottobre, in una splendida giornata autunnale, i Sacri Cuori di Gesù e di Maria attraversarono in processione le vie del paese, preceduti da molti sacerdoti e dai confratelli della Congrega, vestiti di bianco, un lungo cappuccio ricadente sulle spalle, ricoperte dall'elegante mantella azzurra. Verso mezzogiorno fecero il loro ingresso solenne nella nuova Cappella, accompagnati dalle invocazioni dei fedeli, festosamente assiepati nel Largo Plebiscito, al rione Villa. Una donna, confusa tra la folla, tratteneva a stento la sua grande emozione.