Arnaldo Lomuti
Arnaldo Lomuti

Roma – Ho seguito con molto interesse i lavori dell’assemblea regionale di Confindustria Basilicata, organizzata venerdì pomeriggio nel polo conferenze dell’Unahotels di Matera, sul tema “La sfida del cambiamento e le nuove traiettorie di sviluppo”. I temi posti dalla Confindustria lucana sono opportuni, attuali e particolarmente sentiti dal nostro comparto industriale (e non solo) in maniera ineludibile. Spopolamento, inadeguata valorizzazione delle risorse, infrastrutture insufficienti, disuguaglianze, Autonomia differenziata e Presidenzialismo, ruolo della Basilicata, energie rinnovabili e autonomia energetica, aiuti di Stato, transizione ecologica, burocrazia, PNRR, Stellantis, superbonus.

L’intervento del Ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, Gilberto Pichetto Fratin, evidenzia, in modo preoccupante, una totale assenza di cognizione, sia sul metodo che nel merito, riguardo alla grande sfida del pianeta in riferimento al proprio futuro: la transizione ecologica. A parte il silenzio sul blocco dei crediti fiscali e dello sconto in fattura che ha attuato il suo Governo e che rischia di far fallire decine di migliaia di imprese, il Ministro Pichetto Fratin, sul tema della crisi e dell’autonomia energetica, tocca il punto della questione nucleare, dichiarando la necessità di rivedere la posizione presa dai cittadini italiani nel 2011, quando attraverso il voto su quattro quesiti referendari, ha espresso una chiara e schiacciante contrarietà (95,35%) alla realizzazione di centrali nucleari sul nostro territorio.

Voglio ricordare, nuovamente, al Ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica, i motivi per i quali la strada del nucleare è impraticabile, non soltanto per la sua enorme pericolosità ambientale ma anche per la sua insufficiente opportunità strategica dal punto di vista dell’autonomia energetica. Innanzitutto, sono vecchie fonti di energia che non potranno mai essere considerate “soluzioni ponte”, come, invece, qualcuno del centrodestra afferma. Piuttosto, sono una grave inversione a U che rischia di spostare l’attenzione e le risorse dall’obiettivo principale: accelerare al massimo sulle fonti rinnovabili, sull’efficienza energetica, sulle nuove tecnologie per l’accumulo e le reti intelligenti

Se l’Europa dichiara degne di finanziamento anche le centrali a gas e quelle nucleari, si rischia di dirottare su questi rottami della storia i fondi che servono a cambiare davvero rotta e a riconvertire la nostra economia
Sul nucleare i limiti sono palesi: non è rinnovabile, è molto costoso ed è pericoloso per le persone e per gli ecosistemi. Le tecnologie attualmente disponibili non sono affatto “pulite” né sicure. E resta aperto in tutta la sua drammaticità il problema di dove collocare le scorie radioattive: come si può pensare a eventuali nuove centrali in territori e Paesi, come l’Italia, in cui non si riesce neanche a pianificare un sito dove collocare quelle prodotte in passato? Saremo di nuovo costretti a difendere la nostra terra dall’assalto di lobby e poteri esterni per fare della Basilicata la pattumiera radioattiva d’Italia?

Ancora, i principali problemi di un potenziale ritorno all’uso dell’energia nucleare in Italia, consistono in due fattori: i costi degli impianti e le tempistiche di costruzione. Per quanto riguarda le tempistiche, come abbiamo visto, gli esperti si aspettano che il nucleare di quarta generazione sia pronto per l’uso civile su larga scala non prima del 2030. Questo significa che se l’Italia decidesse di costruire nuovi reattori nel breve termine, questi sarebbero probabilmente di terza generazione, o nel caso migliore di generazione III+.

Inoltre, il World Nuclear Industry Status Report, un importante report indipendente che ogni anno fa il punto sullo stato dell’industria nucleare nel mondo, sottolinea in ogni sua edizione che la costruzione degli impianti va incontro molto spesso a lunghi ritardi, talvolta decennali, e a grandi aumenti dei costi rispetto ai preventivi iniziali. In Europa non mancano esempi di prolungamento dei tempi da 7 a 15 anni e di aumento dei costi da 3 a 12 miliardi di euro.

La domanda nasce spontanea: chi vuole per davvero le realizzazione di centrali nucleari nel nostro Paese? Quali tasche andrebbero ad essere riempite?
Una cosa è certa: dall’incontro di Confindustria Basilicata, abbiamo capito che questo Governo non ha una idea su come affrontare i grandi cambiamenti che sono già in corso

Segreteria On. Arnaldo Lomuti
Camera dei Deputati
Palazzo Valdina
Roma