Al tempo del confino di Carlo Levi tra le malattie endemiche che più affliggevano la Lucania deve essere annoverata la malaria. Essa tormentava non pochi paesi lucani e ne erano sostanzialmente immuni solo quelli che, come Stigliano, si trovavano in alta montagna. Lo evidenzia anche una relazione del 1938 stilata dal “Corpo Reale del Genio Civile” di Matera, in cui si attesta la gravità dell’infezione malarica «che di solito colpisce la maggior parte delle campagne della Provincia, ma che di solito lascia immuni i centri abitati ubicati in località elevate, dove è facile l’immediato smaltimento delle acque che non possono ristagnare e, quindi, essere fomite di malaria».

Si sarebbe dovuto combatterla, la malaria, con una bonifica radicale delle zone paludose e con un programma ben strutturato di profilassi. In realtà, ci si limitò a disorganici lavori di piccola bonifica e a irrilevanti misure antianofeliche nei territori di Grassano, Tricarico, Stigliano e del villaggio agricolo di Venusio. Per il comune di Aliano, ad esempio, nel 1936 fu stanziata una somma di 135.000 lire per “l’ingaggio di 10 profilassatrici, 5 disinfestori e un sorvegliante” e per qualche altro intervento poco incisivo. Ci si affidava, per il resto, alla somministrazione del chinino e … alla buona sorte!

A conferma di quanto fosse grave ma attendibile la denuncia fatta da Levi nel “Cristo” sulle disastrose condizioni sanitarie della Lucania si possono indicare due particolari emblematicamente significativi: il primo è costituito dal fatto che ancora dieci anni dopo il suo arrivo in tutta la regione persisteva un tasso molto elevato di mortalità infantile; l’altro è che negli stessi anni Matera poteva contare su un piccolo ospedale, che era dotato di appena 130 posti letti e, perciò, era certamente inadeguato a servire la popolazione dell’intera provincia.

A conferma della dimensione polimorfica del famoso libro “Cristo si è fermato a Eboli”, sempre oscillante fra saggio, romanzo e diario, è bene ricordare anche che, per rimarcare le tragiche condizioni della sanità lucana, Carlo Levi aggiunge nel suo sconvolgente quadro due note di colore molto suggestive sul piano letterario e folclorico, ma del tutto prive di fondamento reale. Oltre ad affermare che nelle due farmacie di Matera si ignorava addirittura l’esistenza dello stetoscopio, sottolinea con feroce sarcasmo la totale incompetenza dei dottori Giuseppe Milillo e Concetto Gibilisco.

Il primo aveva 65 anni, quando Levi arrivò ad Aliano, ma viene descritto come un vecchio cadente: balbettante e con le mani tremanti, con «le guance cascanti e gli occhi lagrimosi», «completamente rimbecillito». Il secondo, che di anni ne aveva 60, è presentato come «un uomo anziano, grosso, panciuto, impettito, con una barba grigia a punta e dei baffi che piovono su una bocca larghissima, piena zeppa di denti gialli e irregolari».

Entrambi non erano dei luminari, né mai pretesero di esserlo, ma nemmeno possono essere considerati degli ignoranti inaffidabili e pericolosi. Erano, in effetti, due onesti professionisti e due persone dabbene. Questo è certo, anche se Levi preferisce offrirne una descrizione del tutto caricaturale, ricorrendo a toni fortemente grotteschi. Tant’è che agli stessi contadini, che sarebbero stati le presunte vittime innocenti della loro incompetenza e della loro avidità di guadagno, fa asserire, senza giri di parole, che i due dottori di Aliano erano «medicaciucci, non medici cristiani».