Il fatto più grave e che più lascia perplessi, però, è che, sempre a dire di Levi, del tutto simili ai due medici di Aliano, al secolo Giuseppe Mele e Eduardo Scardaccione, era la maggior parte dei medici lucani, fatte salve pochissime eccezioni.
Nel “Cristo”, in effetti, solo di due medici vengono riconosciute ed esaltate le non comuni doti professionali. Uno è indicato con lo pseudonimo di Zagarella, l’altro con il suo vero nome. Del primo si afferma che era “un medico serio e colto”, oltre che mite e benevolo podestà di Grassano, perciò del tutto diverso da don Luigino, il suo borioso e ipocrita collega di Aliano. Del secondo, il dottor Garaguso, si riconoscono e si apprezzano la grande competenza e il forte impegno nella lotta antimalarica.

In effetti, il dottor Zagarella, il cui vero nome è Carlo Mazzarella, era un valente medico analista e per i suoi notevoli meriti professionali, più che per la sua fede fascista, fu nominato cavaliere nel 1936, pochi mesi dopo che lo scrittore torinese aveva lasciato il confino.

Mario Garaguso, anch’egli grassanese, si era a sua volta segnalato per alcuni studi, che aveva condotto nel campo delle malattie endemiche sulle orme di Arcangelo Ilvento, un luminare suo concittadino nato nel 1877. Quest’ultimo, infatti, come libero docente di Igiene Pubblica all’Università di Palermo, già nel 1908 aveva organizzato e tenuto importanti corsi di lezione sulla preparazione di disinfettatori per le epidemie coleriche.

Al contrario di quanto sostiene Levi, spinto forse dal bisogno di rendere più forte la sua denuncia politica o magari anche da ragioni letterarie, i due eccellenti medici grassanesi non erano delle mosche bianche in terra di Lucania. Non solo a Grassano, infatti, ma in molti piccoli paesi lucani in epoca fascista operarono molti valenti medici, che erano apprezzati anche fuori dai confini regionali.

Si può ricordare, ad esempio, che, proprio negli anni in cui Carlo Levi si trovava confinato ad Aliano, nella vicina Stigliano, un importante comune di oltre ottomila abitanti più volte citato nel libro, operavano molti bravi medici, fra i quali spiccavano figure di altissimo livello quali Mario Salomone e Prospero Amorosi.

Dottor Mario Salomone

Mario Salomone era nato a Paternopoli, in provincia di Avellino, il 12 agosto 1898, da Giuseppe, medico stiglianese, e da Luigia De Renzi, originaria di Alessandria. Finita la prima guerra mondiale, cui aveva partecipato meritando una medaglia di bronzo, il giovane Mario riprendeva gli studi e nel 1923 si laureava in medicina a Napoli. Dopo aver conseguito varie specializzazioni, tornò a Stigliano, dove entrò a far parte di un gruppo di lavoro che comprendeva, oltre a suo padre Giuseppe, il cugino Francesco Salomone e il professore Prospero Amorosi.

Non potendo accettare che alla sua regione toccasse «il triste privilegio di tenere in Italia il primo posto per gli ammalati di carbonchio», s’impegnò in un’intensa e feconda attività di ricerca in collaborazione con l’Istituto Sieroterapico di Milano. I suoi studi sul carbonchio, sulla meningite e sul “Trattamento della pustola maligna nei suoi vari stadi”, pubblicati su alcune autorevoli riviste scientifiche, gli valsero importanti riconoscimenti.

Mario Salomone morì a Stigliano a soli 52 anni per un male contratto nel 1944, quando, impegnato come capitano medico negli ospedali da campo in Libia, era stato fatto prigioniero durante la seconda guerra mondiale. Se lo diagnosticò tempestivamente egli stesso. Non solo. Appena fu consapevole che l’ora suprema si avvicinava, realizzò un disegno della sua bara e provvide a consegnarlo personalmente al falegname Oronzio Capalbi, ordinandone la realizzazione subito dopo la sua morte.