Questo curioso e incredibile particolare fu reso di pubblico dominio da Francesco Campobasso, anch’egli medico e già podestà di Stigliano dal 1929 per circa un decennio, il quale chiuse la sua commossa orazione funebre dicendo: “Caro Mario, giace ora il tuo corpo racchiuso nel legno che tu stesso ordinasti e vai nell’eterna dimora. La prigionia ti ha abbattuto ed è stato quel terribile e inesorabile male che ti ha portato alla tomba”.

Sulla bara del grande medico, prima che la salma fosse tumulata nella cappella di famiglia, per iniziativa di alcuni pazienti, che vollero manifestargli un segno di sincera gratitudine, e con il consenso dei familiari del defunto, fu fissata una mano di bronzo, quasi a voler simboleggiare la valentia di un chirurgo che con le sue mani prodigiose aveva per molti anni beneficato, curandoli con sollecitudine e competenza, un grande numero di stiglianesi.

Il professore Prospero Amorosi, a sua volta, era nato a Stigliano il 1° aprile 1884. Negli anni precedenti il primo conflitto mondiale, che lo vide operativo in diversi ospedali militari, iniziò la sua attività medica nella Divisione delle Malattie Contagiose di Verona e, poi, nel reparto di Chirurgia Operatoria di Venezia, dove, fino al 1919, si occupò di interventi di tracheotomia e intubazioni.

Negli anni successivi compì studi importanti sull’etiologia del gozzo, che si riscontrava con particolare frequenza a Noepoli, Cersosimo, Terranova di Pollino, San Paolo Albanese, Corleto Perticara, Pietrapertosa e, nella provincia di Matera, a Cirigliano, Gorgoglione, Stigliano e Tricarico.

Sarebbe stata una malattia molto diffusa ancora per lungo tempo, come dimostrano gli studi successivi di Guido Hermitte Barbieri, un altro brillante chirurgo proveniente dalla prestigiosa scuola romana del professor Pietro Valdoni, che, arrivato giovanissimo a Tricarico nel 1952, rimase poi legato alla Lucania-Basilicata per tutta la vita, svolgendo per intero la sua splendida carriera professionale negli ospedali di Matera e di Potenza.

Tornando a Prospero Amorosi, va ricordato che il suo lungo e significativo percorso medico si snodò perlopiù tra gli ospedali e le Università di Palermo e di Bari, dove fu docente di Chirurgia e di Medicina Operatoria. Significativo fu comunque il suo operato nelle cliniche private di Taranto e Stigliano, che è documentato in maniera dettagliata in tre corpose pubblicazioni.

Tralasciando gli aspetti più eclatanti della sua luminosa carriera, che si protrasse fino alla morte, avvenuta a Taranto il 7 dicembre 1942, merita di essere segnalato un particolare, che può essere utile a smentire alcune affermazioni fatte da Carlo Levi nel suo celeberrimo libro. A conferma del buon livello della classe medica lucana a Stigliano e in molti altri paesi lucani Amorosi spesso si avvaleva della competente collaborazione di molti medici locali.

In tal modo, annota egli stesso in un resoconto della sua intensa attività chirurgica in tanti paesi lucani, «riuscii a effettuare 170 interventi personali di alta e media chirurgia, praticati a domicilio degli infermi in paesi privi di ospedali o altri luoghi di cura. Paesi in cui ogni volta ho dovuto io personalmente preparare la stanza operatoria, vigilare direttamente l’ebollizione dei panni, delle garze, del cotone, degli strumenti e del materiale di sutura…».

Non si può, infine, non ricordare, seppure en passant, la figura eccezionale del medico tricaricese Rocco Mazzarone, che si laureava a Napoli nel 1936, proprio nello stesso anno in cui Carlo Levi si trovava ad Aliano come confinato politico. Mazzarone, in verità, avrebbe dato il meglio di sé come medico e come intellettuale eclettico solo a partire dalla conclusione della guerra.

In molte iniziative cooperò con lo stesso scrittore e artista torinese, di cui era diventato amico dopo averlo incontrato a Tricarico nel 1946, in occasione della campagna elettorale per l’Assemblea Costituente.

Rientrato dall’Egitto, dove era stato prigioniero degli inglesi, Mazzarone non esitò a rinunciare alla possibilità di una gratificante carriera accademica, preferendo adoprarsi per il riscatto sociale e civile della sua terra. Realizzò, allora, significative indagini sulle condizioni igieniche sanitarie lucane, affrontando in particolare i drammatici fenomeni della mortalità infantile e della malaria e condusse nella regione molte e importanti campagne epidemiologiche.

In particolare, si dedicò con competenza e solerzia a contrastare la diffusione della tubercolosi, dirigendo per molti anni il Dispensario Antitubercolare Provinciale di Matera. Sempre nella sua attività di medico mostrò uno zelo e uno spirito missionari, perché, come amava sottolineare, si proponeva di curare i malati e non le malattie.

La limitata e lacunosa rassegna di eccellenti medici, che operarono in Lucania nella prima metà del secolo passato, non vuole né ridimensionare, né tanto meno negare la grave emergenza sanitaria denunciata da Levi.

Divagando, anzi, si sarebbe tentati di dire, neppure tanto paradossalmente, che, considerata la penosa condizione in cui oggi versa la Sanità nella Lucania-Basilicata soprattutto a causa dell’irresponsabile politica adottata a livello regionale da moli anni a questa parte, forse si stava meglio quando si stava peggio. Ma al riguardo il discorso è troppo serio e complesso per rinchiuderlo ed esaurirlo in una semplice boutade.

Piuttosto, ai fini di una più completa e corretta informazione è doveroso precisare che il problema della malasanità ai tempi del confino di Carlo Levi non riguardava esclusivamente la Lucania e il Mezzogiorno. Del tutto simile, per la sua gravità, era la situazione sanitaria nel centro e nel nord dell’Italia, in Piemonte e nel Veneto, nelle campagne dell’Appennino tosco-emiliano e della pianura padana. Come ben documenta, peraltro, una copiosa letteratura prodotta da molti e importanti scrittori del Novecento.