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Nicola Iosca dipinge contro la droga

ANGELO COLANGELO ANTONIO CAPALBI NICOLA IOSCA

Davvero lussureggiante è la produzione pittorica del Maestro Nicola Iosca, l’artista stiglianese, che, all’età di 17 anni, nel 1961 lasciò il suo paese, per raggiungere le sorelle in America. Qui la sua vita ebbe una svolta importante, perché molte, significative e talora drammatiche esperienze (combatté in Vietnam) lo segnarono e arricchirono sul piano umano ed artistico. Rientrato in Italia, Nicola vive da molti anni con la sua famiglia a Vitulazio, in provincia di Caserta, ma non ha mai reciso il cordone ombelicale con la sua Stigliano, dove ama incontrare parenti ed amici, il cui numero, ahimè, si assottiglia sempre di più con il passare degli anni.

Nicola Iosca La droga e morte
Nicola Iosca La droga e morte

Di Iosca non sono poche le opere, che hanno suscitato l’ammirazione dei critici e del pubblico per la loro stupefacente bellezza. Su alcune, come ad esempio i due mirabili dipinti generosamente donati al Convento e alla Chiesa Madre di Stigliano, abbiamo avuto modo di soffermarci in altre occasioni. Qui piace segnalare e proporre qualche fuggevole annotazione su un gessetto, realizzato oltre trent’anni fa in occasione di una importante iniziativa per la lotta contro l’antica e mai sanata piaga della droga, che lascia davvero senza parole per la sua complessità, la sua forza espressiva, la sua elevata cifra estetica.

Alcuni elementi colpiscono a prima vista: l’aspetto diafano di alcuni volti, ritratti in un atteggiamento che rimane sospeso tra il reale e il surreale; l’espressività intensa del linguaggio gestuale, che si manifesta attraverso la vibrante dinamicità delle braccia e delle mani; la sapiente “concordia discors” cromatica, che comunica un armonioso contrasto dei sentimenti delle persone rappresentate.

Di queste appaiono subito evidenti le molte diversità riguardo a età, identità e appartenenza, a sottolineare che la forza distruttiva della droga non conosce confini e ha una illimitata capacità pervasiva. Ma nella straripante folla di persone sembra affiorare anche un comune sentire, che può essere percepito dall’intensità degli sguardi, anche di chi è raffigurato con gli occhi spenti.

Appare subito evidente la variegata rappresentazione dei volti: alcuni, ritratti con crudo realismo, trasmettono un terribile senso di disperazione e di rabbia, di pentimento o di indifferenza; altri, dai lineamenti più “dolci” e umani, sembrano essere animati da un sentimento di pacata rassegnazione o di tenue speranza. In primo piano, di spalle e senza volto, è un trafficante di veleno, che attraverso il commercio della droga si è arricchito, mercificando cinicamente le vite delle persone, sulle quali continua ad esercitare un irresistibile malefico fascino.

A lui contrapposta, in alto, a destra, è un’esile figura appartata, ma non marginale, della quale nessuno sembra interessarsi. Eppure, con l’alone di luce che la circonda, attira su di sé l’attenzione di chi guardi. Più difficile da interpetrare il suo ruolo nella varia e complessa composizione. In effetti, nell’idea creatrice dell’artista rappresenta uno spacciatore, che ha visto la sua vita irrimediabilmente sconvolta e travolta, fino ad essere trascinato sull’orlo di un abisso senza ritorno.

Ora egli tenta di ammonire gli altri, esortandoli a disertare l’esercito dei mercanti di morte. Ma il suo monito sembra essere vano, perché egli è ignorato dalla folla, attratta dal facile guadagno che promette l’uomo, le cui mani dietro le spalle sono grondanti di droga e di dollari.

Si è davvero di fronte a un’opera complessa, che merita uno studio attento e meditato. Una delle ragioni della bellezza di questo stupendo gessetto sta, a mio modesto parere, nella coralità e nella vasta gamma di volti, che esprimono reazioni particolari, ma non irrelate fra loro. Quei volti meritano di essere analizzati uno per uno, per poterne intendere la specificità e comprendere che le loro peculiarità si compongono alla fine in una armoniosa unità.

È, questa, una connotazione tipica dei grandi capolavori, siano essi letterari o pittorici o musicali. Nel pensiero filosofico medioevale era indicata come “reductio ad unum”, ovvero l’unità nella complessità, di cui la Commedia di Dante fu la sublime e insuperata espressione nel campo della poesia. Ma ancora oggi quell’aurea regola rimane l’obiettivo che molti poeti ed artisti si propongono, anche se poi alla fine risulta una prerogativa di pochi.

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