Omaggio a Carlo Levi
Carlo Levi a Stigliano, foto di M. Carbone

Omaggio a Carlo Levi di Angelo Colangelo

Nei dieci mesi circa della sua permanenza coatta a Grassano e ad Aliano egli conobbe da vicino un mondo nuovo, che prima di allora aveva potuto conoscere solo tramite la lettura di alcuni testi sul meridionalismo suggeritigli da Piero Gobetti.
Quel mondo, cui rimase profondamente legato per tutta la vita, Levi lo avrebbe poi immortalato nella sua ricca opera letteraria e pittorica, dando vita a una rappresentazione di alto valore umano e poetico. Che troverà la massima espressione, com’è noto, nel celebre memoriale “Cristo si è fermato a Eboli”, composto a Firenze nei tragici mesi tra la fine del 1943 e l’estate del 1944, quando la città era occupata dai nazisti e l’autore era praticamente costretto a vivere in clandestinità il suo secondo esilio forzato.
Oggi, nella ricorrenza dei 120 anni della sua nascita, si vuole anche noi commemorare sobriamente Carlo Levi e ricordarne in particolare l’incontro e il legame con la Lucania, che rappresentò uno snodo decisivo nella sua intensa biografia intellettuale, artistica e umana. Ci piace farlo, proponendo due brevi passi tratti dal nostro saggio “Cronistoria di un confino”, che fu pubblicato oltre 14 anni fa.

Omaggio a Carlo Levi

Nel primo brano si annota che, appena arrivato in Lucania, l’artista torinese percepisce subito «di essere giunto in un mondo per molti versi ignoto e comunque espressione di una civiltà antitetica alla civiltà urbana, da cui egli proveniva, che era una civiltà immersa nel flusso della storia e perciò dinamica e soggetta a un continuo divenire, Ma questo non gli impedisce di comprendere, ed è la prima nota di merito, che l’altra civiltà, cui si trova ora di fronte, è una civiltà diversa, ma non inferiore». Grazie a tale atteggiamento, ispirato da una rara sensibilità umana prima ancora che artistica, Levi «si accosta al mondo contadino, alle sue tradizioni, alle sue credenze, ai suoi valori con grande curiosità, ma sempre con discrezione e con rispetto e riesce a coglierne, perciò, i caratteri veri ed autentici».
Non è meraviglia, dunque, che non passi molto tempo dal suo arrivo in Lucania, perché l’artista torinese si accorga «di essere diventato parte integrante di una comunità di cui condivide il peso delle sofferenze secolari e delle pene quotidiane e alla quale manifesta quotidianamente, in maniera discreta, una concreta solidarietà, entrando nelle case dei contadini per prestare loro, nei limiti delle sue possibilità, cure e assistenza medica e stendendo un programma concreto di interventi organici per la profilassi contro quella malaria, che già era stata negli anni precedenti, il centro d’interesse di molta letteratura meridionalistica».


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