Mi è stato fatto, per la seconda volta, il dono delle parole. Mi sono ritrovata nelle mani le «Storie dalla “terra dell’osso”» di Angelo Colangelo (Erreciedizioni / Parcolevialiano, Anzi / Aliano, 2020). Già nel titolo esse ammiccano e pretendono di soddisfare la stessa curiosità che avevano suscitato i Versi persi, dove l'autore si contorna della sua Lucania che tutto abbraccia e circonda nel frammento della memoria.

Si tratta di undici storie che oltrepassano seduta, meglio dire, lettura stante, il recinto geografico di appartenenza reggendosi, però, indiscutibilmente, sull’impalcatura lucana che connota Colangelo e la sua penna.

Ed è immediata la sensazione di come lo scrittore “maneggi” una materia prima che ha a che vedere non con la memoria, bensì con il ricordo. Giacché nella trama tessuta dei racconti, a palpitare non sono flash di memoria, ma richiami, nel presente, del cuore e del sentimento di qualcosa e qualcuno che non sono più.

Nei racconti di Colangelo c’è la possibilità di “consultare” il passato, dentro un nome, un toponimo, lungo la linea fascinosa dei calanchi e tutto ciò non per “ammalarsi” di nostalgia fine a se stessa, ma per “contagiarsi” di un passato che ci rende capaci di cura e responsabilità nel presente e nel futuro.

I ricordi di Giovannino”, “Per tutti fu sempre e solo Vituccio di Filomena”, “La Santa Grotta di Cirigliano”, “Già, deve partire”, solo per indicarne alcuni, abbracciano due secoli di Storia dentro le piccole e grandi storie dei protagonisti alle prese con le problematiche di una Italia povera, terra di migranti, di volti che ridisegneranno nei loro successori, non soltanto le linee espressive che tramanda la genetica, ma le dorsali e le impalcature che ogni terra d’origine mette in essere.

Colangelo nella sua scrittura fresca, arricchita di espressioni dialettali di notevole impatto emotivo, tiene alta la consapevolezza di chi siamo, da dove veniamo e dove abbiamo la possibilità di spingerci, quasi “evocando” la scaturigine di ogni moto dell’animo proprio di ogni abitante del mondo: la siepe di leopardiana memoria.

C’è per ognuno di noi una “siepe” da travalicare fisicamente o finalizzando l’atto del protendersi “oltre” nel sogno infranto di Filomena o in quello tutto concreto di Vincent o di Christine, figli di chi la “siepe” l'ha oltrepassata facendo un salto nel buio.

O di chi, confinato, ha fatto di quella “siepe” la più cara tipologia di umanità vissuta fino all’osso dentro l’«osso» del territorio lucano.

Due parole non possono non essere spese sulla scelta stilistica di Colangelo, i cui echi rimbalzano, tra una parola e l’altra, all’interno del filone verghiano non meno che di un Pirandello novelliere, il cui apice viene toccato in molteplici nodi cruciali dei racconti, ove pare venire incontro la meravigliosa semplicità di “Ciàula che scopre la Luna”.

In questi racconti di Colangelo, insomma, si scopre il fascino, senza tempo, di una terra di luci e di ombre, fili magici che scorrono nei campi e nelle greggi così come nei sogni e nei fantasmi di chi ha popolato questa parte d’Italia, scrigno di antica saggezza.

Cristina Raddavero-Scrittrice e critico letterario

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