La dottoressa Francesca Magno in tenuta da lavoro
La dottoressa Francesca Magno in tenuta da lavoro

Venosa (PZ) - Francesca Magno, di Venosa,dottoressa in Medicina non si dimenticherà mai di questo 2020. Dopo aver conseguita la specialistica in Francia, presso l’ Ospedale di Montargis, (regione Centre , val de Loire, Dipartimento del Loiret) si trova immersa con il triage covid.

Una ragazza lucana con un grande sogno nel cassetto, diventare un medico. E’ la stessa Francesca a raccontare la sua avventura: “Mi sono laureata nel 2018 all'università La Sapienza di Roma, più precisamente nella sede staccata di Latina. Giunta quasi alla fine del mio percorso universitario, ho iniziato a sentire l’esigenza di cambiare e fare nuove esperienze per migliorare la mia formazione. Sentivo che quest’ultima era in una fase di stallo e di conseguenza avvertivo che quel sogno, che mi aveva spinto ad intraprendere una strada così complessa, pian piano stava crollando, anche perché l'Italia, ahimè, investe molto poco sulla formazione dei suoi futuri medici. La Francia mi ha sempre affascinato, dunque ho deciso di partire per sostenere l’esame di ammissione alla specializzazione.

Ce l'ho messa tutta e, dopo aver superato l'esame, ha preso il via questa bellissima esperienza. I primi tempi sono stati difficilissimi; mi trovavo in un Paese di cui non conoscevo la lingua, letteralmente scaraventata alle ‘urgences’, lontana dai miei affetti. Non mi sentivo assolutamente pronta ad esaminare pazienti da sola, anche perchè in Italia, purtroppo, la formazione universitaria si basa principalmente su esami teorici e molto poca pratica. Proprio questo spaesamento mi ha, però, dato la forza di andare avanti, di mettermi in gioco, di cogliere da questa opportunità tutto il meglio, di apprendere tutto ciò che durante l'università non avevo appreso. Mai e poi mai mi sarei immaginata di trovarmi, dopo solo un anno e mezzo, nel mezzo di una pandemia mondiale.

Siamo stati catapultati da un giorno all’altro in un’altra realtà, con orari di lavoro durissimi, guardie di 24h raddoppiate e turni al servizio covid. Da semplice ‘interne’, questo è il nome che hanno in Francia gli specializzandi, mi sono sentita totalmente impotente. All'inizio la situazione stava totalmente sfuggendo di mano. Tanti i dubbi su come riorganizzare l’ospedale e nel frattempo l'arrivo dei primi pazienti, anche giovani, deceduti qualche giorno più tardi. È devastante verificare che un paziente desatura, che l'unica soluzione è intubarlo, che la presenza di altre patologie rende tutto più complicato, che la speranza di salvare qualcuno si affievolisce e tutto ciò che resta sono due occhi, che ti implorano di fare il possibile, di non abbandonarli. Ho avuto paura, ho paura. Esamino pazienti senza le giuste protezioni perché non sono sufficienti per tutti, è una folle corsa contro il tempo e, purtroppo, il senso di responsabilità da parte della maggioranza della popolazione è ancora scarso e ad oggi non mi è stato fatto nemmeno un tampone per verificare se io abbia o meno contratto il virus e possa, di conseguenza, rappresentare un pericolo per i pazienti e per i miei colleghi.

Nonostante tutto ogni giorno è per me una sfida, ogni giorno entro in quell’ospedale con la consapevolezza che questa è la missione e che, come scriveva Edward Everett Hale: “Io sono soltanto uno. Ma comunque sono uno. Non posso fare tutto, ma comunque posso fare qualcosa, e il fatto che non posso fare tutto non mi fermerà dal fare quel poco che posso fare.” E ogni giorno, in corsia, in trincea, io do tutta me stessa per fare qualunque cosa sia in mio potere. La mia speranza è che, un giorno, io possa tornare in Italia per mettere al servizio della mia patria le mie competenze e la mia professionalità, che mi impegnerò ad ampliare e potenziare giorno dopo giorno”.